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Lettura sapiente della Scrittura

 

Nella lettura continua del cap. 12 del vangelo secondo Marco, ci imbattiamo in questo aneddoto, in questo “detto” di Cristo relativo ad una controversia con i farisei e gli scribi. L’obiettivo di cogliere in fallo Gesù sulla questione dei tributi fallisce miseramente in poche e sbrigative parole che il Signore pronuncia in quel contesto.

È un “detto”, quindi, che secondo l’evangelista merita di essere ricordato e descritto nei minimi dettagli.

Se è così, vuol dire che l’argomento di cui tratta è “materia sensibile” nella comunità marciana.

E a quale materia ci riferiamo? Chiaramente, il pagamento dei tributi, tema scottante da sempre, in ogni comunità umana.

Nella società italiana, inutile dirlo, evadere le tasse, come ridurne al minimo il versamento, rappresenta un motivo di vanto, tanto per il soggetto evasore come per il suo ragioniere o commercialista. Raramente, però, questo agire viene questionato dal punto di vista spirituale.

Il modo di fare di Gesù spiazza: tutte le monete hanno l’effige di Cesare. Quindi, tutte quante gli appartengono, appartengono al mondo e a Cesare.

Sembra che Gesù voglia prendere le distanze dal denaro tout court e non solo da ciò che serve per pagare i tributi. Questo, come possiamo ben capire, è un disvalore, non un valore in linea con la benedizione originaria di Dio sull’umanità intera alla quale augurava benessere e prosperità.

Allora, l’affermazione va inquadrata nel suo contesto. E, scavando nel testo, ne troviamo uno di carattere prossimo, ma pretestuoso, e un secondo, mostrato solo in filigrana, ma certamente più profondo.

Innanzitutto, quando il denaro e il possesso si costituiscono come fine della vita intera è utile agere contra, ossia separarsi da ciò che rallenta o blocca il cammino di crescita spirituale e umana. Questo è il contesto più immediato e facilmente comprensibile.

Il secondo aspetto è legato al tranello insidioso che a Gesù stanno tendendo i suoi avversari. Da questa prospettiva, la questione dei tributi diventa un semplice pretesto: il vero problema è vedere come Gesù si contraddica. Ma questo non accade e Gesù svirgola e sguscia dagli interrogativi dei suoi avversari con un ottimo e convincente strumento dialettico.

A questo secondo versante si allineano tutti i modi perniciosi di leggere ed interrogare la Scrittura che, spesso, accompagnano le nostre letture. Se, infatti, il domandare conto di una razionalità e coerenza interna alle affermazioni dell’intera Rivelazione è necessario e, addirittura, doveroso, è pur vero che, spesso, i nostri problemi maggiori non si condensano intorno alle risposte offerte dalle Scritture, quanto piuttosto intorno alla maniera in cui formuliamo le domande alle quali vorremmo che la Scrittura rispondesse. Da questo modo di procedere, da questa “disattenzione”, più o meno voluta, derivano interpretazioni unilaterali, a volte estremamente intransigenti come anche atteggiamenti di superficialità che deridono e sottovalutano quanto contenuto nella Scrittura e la fatica stessa della sua interpretazione. Esempio di questi atteggiamenti sono tutte quelle interpretazioni in cui la “Legge” prende il sopravvento sulla “Carità” oppure, dall’altro lato, tutte quelle considerazioni di anacronismo che, in tema di Scrittura Sacra, a volte, emergono. Un esempio di questi ultimi è relativo al ruolo delle donne tanto nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Sbrigativamente, infatti, la Sacra Scrittura viene considerata in alcuni ambienti come maschilista.

In entrambi questi atteggiamenti è contenuto un vizio di forma non relativo al “cosa” della risposta che la Scrittura dà, ma al “come” delle domande che poniamo: la fatica della ricerca è parte della risposta stessa. Il testo biblico non va inteso nella sua letterarietà: deve interagire con la vita di ciascuno e con il sentire profondo che muove ciascuno alla lettura. Se manca questo passaggio si svuota di senso qualsiasi domanda che alla Scrittura si rivolge. Solo questa profonda interazione fa di parole umane ciò che chiamiamo “Parola di Dio”.

 

Spunti di riflessione:

  • Quando leggo la Bibbia, cosa spero di trovarci?
  • La mia lettura del testo è letterale, sbadata?
  • Lascio che il testo interroghi la mia vita o, unilateralmente, sono io a mettere sotto interrogatorio la Scrittura e la Rivelazione intera?