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La risposta alla paura: una mano aperta

 

Con il capitolo 17 del vangelo di Giovanni entriamo in quella che, un po’ impropriamente, viene definita la “preghiera sacerdotale di Gesù”.

Dal mio punto di vista parlarne in questi termini rappresenta un anacronismo e, in fondo, la discontinuità della funzione sacerdotale, testimoniata dalla lettera agli Ebrei, mi pare fin troppo evidente.

Piuttosto, mi pare si tratti come di uno zoom che l’autore del vangelo di Giovanni raccoglie permettendoci di entrare nella bellezza della relazione tra Gesù e il Padre.

Nei capitoli precedenti, Gesù aveva più volte tentato di rassicurare i discepoli. Adesso pare essere lui a chiedere rassicurazioni al Padre. L’ora della Passione, che è Rivelazione ultima, si avvicina. E la morte che sopraggiunge, la notte spirituale e fisica nella quale i contorni si fanno flebili e tremolanti, fanno paura anche a lui.

Più che sul tema della glorificazione del Padre nel Figlio preferisco approfondire, quindi, il tema della “paura di Gesù”.

Ebbe paura dinanzi alla sua fine?

Gli evangelisti concorderebbero nel dire di “sì”. Personaggi anche illustri della teologia attuale, invece, distanziando volontà e libertà in Gesù, parlano di due volontà, l’umana e la divina, ma di una sola libertà, quella di Dio. Questo escluderebbe la percezione di una vera e propria paura. Suonerebbe parziale. Cos’è, infatti un uomo senza la libertà piena, concrete e le conseguenze inevitabili di questa? Potremmo parlare di piena umanità di Cristo se la sua libertà non fosse realmente piena e umana?

Credo non si possa parlare di un’unica libertà divina in Cristo dinanzi alla sua morte. La salvezza dell’uomo, l’intero disegno di salvezza di Dio stava esattamente appeso al filo di una libertà anche pienamente umana, quindi, fragile, impaurita, presa tra mille lacci. Come la libertà di chiunque, piena di dubbi ed incertezze. Come l’incarnazione del Verbo stava appesa al filo della vera libertà umana di Maria, allo stesso modo qui.

Gesù ha paura. E questa non è una bestemmia.

In questo momento di paura vediamo, però, come non si stia ripiegando su se stesso ma continui a rimanere aperto a due relazioni fondamentali: quella verso il Padre e, l’altra, verso i discepoli e i suoi, quelli che il Padre gli ha affidato.

Al Padre rimette tutto ciò che, in vita, aveva realizzato. Ai discepoli, dopo aver donato la sua stessa identità di “mandato dal Padre”, offre quanto di più prezioso possiede: la sua propria figliolanza, il suo essere figlio di Dio.

Una mano aperta, al Padre e al mondo. Gesù sceglie, in quanto Dio e in quanto uomo, di non trattenere. Non lo aveva fatto in vita e non lo sta facendo in morte.

Ecco la sua risposta alla paura di quanto lo aspetta: una mano aperta. Pronta a perdere. Pronta ad accettare la sconfitta e a rimettere ogni cosa nelle mani di chi lo aveva mandato per il bene di coloro a cui era stato mandato.

“Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”. Questa è la suprema verità: l’amore può vincere la paura, perfino quella della morte.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Vivo “a mano aperta” o arraffo, stringo e trattengo a me tutto ciò a cui sono legato?
  • Gioco le partite importanti della mia libertà ripiegato su me stesso o so guardare più in là, verso il tanto bene ricevuto e la possibilità di poterne offrire a mia volta agli altri?