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Il granello crebbe e divenne un albero

 

Luca 13, 18-21
In quel tempo, diceva Gesù: «A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami». E disse ancora: «A che cosa posso paragonare il regno di Dio? È simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata.

 

 

Il Regno di Dio è il cuore della predicazione di Gesù, tutto ciò che dice e fa ruota attorno all’avvento del Regno. Anche nel Vangelo di oggi, Gesù non lo definisce, ma lo indica paragonandolo a qualche altra realtà. Questo modo di parlarne significa che lo si può intravedere in tante situazioni, ma c’è una differenza di fondo che sempre rimane tra il Regno e i vari termini di paragone.

In questo caso, più che dire cos’è, Gesù spiega come “funziona” il Regno di Dio: è una realtà che cresce e fa crescere. È un dinamismo dentro le cose e la storia che trasforma, aumenta e il risultato finale è sorprendente rispetto alla piccolezza degli inizi. Anzi, alla fine la realtà iniziale (il seme o il lievito) non si vedono neanche più, sono diventate un tutt’uno con quella finale. E il movimento è sempre verso qualcosa di buono e necessario alla vita.

Se ne parla così, è perché Gesù ha potuto sperimentare questo dinamismo nel corso della sua predicazione: attorno a lui, uomo nato e cresciuto in un luogo periferico dell’impero, marginale e insignificante rispetto ai grandi crocevia della storia (cfr Lc 3,1-2), si sono raccolti alcuni uomini altrettanto marginali, che hanno diffuso la buona notizia e tanti l’hanno ascoltata e accolta, “facendo il nido” in essa. Così il lievito della Parola seminata da Gesù ha generato una gran quantità di cibo – spirituale e materiale – per molti (3 staia sono circa 50 kg).

È la stessa vicenda di Gesù, la sua storia, la sua persona il Regno che cresce da un piccolo inizio a una realtà gloriosa. È lui il termine di paragone che si ritrova in tante realtà della vita senza identificarsi pienamente in alcuna, ma attirandole tutte a sé, affinché “Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28).

Anche nella lettera agli Efesini, il Cristo, cioè Gesù glorificato, è il punto di riferimento per stabilire le giuste relazioni con gli altri, in particolare nel caso di marito e moglie. Alle nostre orecchie di persone libere ed emancipate, indipendenti, può risultare incettabile la sottomissione della donna, ma, a parte il fatto che all’epoca era la situazione normale, in questo caso si tratta di una dipendenza nell’amore, una consegna di sé in cui non si perde nulla, anzi, ci si completa e perfeziona.

Del resto, mentre la richiesta verso la donna è nei canoni della società dell’epoca, esortare i mariti ad amare le proprie mogli come Cristo fa con la Chiesa è molto più esigente e per certi versi rivoluzionario, perché i matrimoni erano combinati e basati su un patto fra le famiglie, per cui la figlia – che era proprietà del padre – diventava proprietà del marito. Se poi c’era anche amore, meglio, ma l’importante era rispettare il patto coniugale e i doveri ad esso connessi.

Ma quando è Gesù il modello sul quale conformare le proprie relazioni, allora tutto è composto in armonia e rientra nell’ordine dell’amore, in una comunione profonda in cui si è parte l’uno dell’altro. E questo dà pace, fa pregustare la pienezza di vita nel Regno compiuto: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime (Mt 11,29).