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Meditazione Mar 29 Dicembre

Meditazione Mar 29 Dicembre

Meditazione Mar 29 Dicembre 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Luce per rivelarti alle genti

 

 

Lc 2, 22-35
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

 

 

 

 

 

Il vangelo odierno ripete quanto abbiamo già ascoltato domenica scorsa, festa della Santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.

Oggi, la sua riproposizione da parte della Liturgia, ci aiuta ad approfondirne l’importanza del suo significato e contenuto.

È la narrazione dell’episodio quando il Bambino viene presentato al Tempio dai suoi genitori, secondo la Legge di Mosè.

Viene accolto da Simeone ed annunziato dall’anziana profetessa Anna.

Gli spunti che si possono trarre da questa lettura sono molti, ma ad una più attenta rilettura, desidero sottolineare e concentrarmi su un solo momento. Il vecchio Simeone, segno della conclusione dell’Antico Testamento, accoglie tra le sue braccia il Figlio di Dio fatto uomo, ed inizia a profetizzare del Bambino e della Madre: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza…”

Nella preghiera quotidiana della Liturgia delle Ore della Chiesa, questa invocazione profetica viene ripetuta quotidianamente al termine dalla giornata cristiana. Con essa il nostro ultimo pensiero è rivolto a Dio Padre, nel Figlio, e diventa un momento di abbandono nelle sue mani. Sono gli ultimi momenti e pensieri prima del riposo notturno. Nella tradizione della preghiera liturgica delle Ore, questa invocazione ha caratterizzato il valore dell’abbandonarsi nelle mani del Padre, con animo filiale e fiducioso.

Ma possiamo anche imparare a farla nostra, trasformando le parole dell’anziano Profeta Simeone, e facendole divenire un momento contemplativo della nostra vita in questa giornata. In tal modo la nostra preghiera diventa chiaramente anche una preghiera di lode: ancora in questa giornata, o Padre, mi hai fatto contemplare la gloria, la presenza, la misericordia, la tua provvidenza nella mia vita. Sicuro della tua vicinanza e del tuo amore posso riposare senza ansia e senza affanni.

Questa preghiera potrebbe diventare motivo e guida per un breve esame di coscienza.

Rivolti al Padre, potremmo ringraziare, lodare e riconoscere che diverse cose sarebbero potute andare meglio, secondo il mio modo di vedere. Ma sono sicuro che nella mia giornata, in famiglia, con i miei cari, nella mia comunità, nel mondo intero, con questa persona o in questa situazione, tu sei presente con amore infinito.

Il credente con una simile preghiera di affidamento e di lode, sa che non è solo, ma in tutto è nelle mani del Padre. L’umile entrata di Gesù al tempio, che compie la legge, è un chiaro richiamo alla visita del Signore e del suo giudizio, profetizzata dal profeta Malachia. Da ora in poi possiamo chiamare per nome il Nome, Colui che è al di sopra di ogni altro nome, che compie la legge. Simeone, figura dell’A.T. e di ogni uomo, può morire in pace. La paura della morte è vinta, poiché c’è la memoria di un Dio bambino che morirà. La memoria mortis non fa più paura, ma diventa un’ars vivendi nella pace. Da ora in poi, ogni essere umano può trovare Dio nel proprio limite.

Un secondo aspetto, che si integra bene con il passo evangelico, e che la Liturgia celebra quest’oggi, è la figura del santo vescovo e martire: Tommaso Becket, vissuto nel secolo XII.

Fedele al suo mandato di Pastore di Canterbury, si mostrò sempre un uomo sobrio, di preghiera, attento agli ultimi e ai più bisognosi e fedele alla Comunione con la Chiesa.

Ma questa sua fedeltà e testimonianza di vita suscitò l’opposizione e la rottura con il Re, con i vescovi fedeli al potere e con coloro che si opponevano alla comunione ecclesiale.

Avvertito che stavano venendo per ucciderlo, restò al suo posto e si lasciò pugnalare senza opporre resistenza. Prima di morire disse: “Accetto la morte in nome di Gesù e della Chiesa”. Era il 29 dicembre 1170.

Chiediamoci: anche noi nelle vicissitudini e nei vari momenti della vita o della giornata, accetto gli avvenimenti in nome di Cristo e della Chiesa?

L’Evangelista Giovanni, nella I lettura di oggi, ha affermato: “chi osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto”.

Le parole profetiche di Simeone e questa affermazione dell’Evangelista Giovanni, oggi, potrebbero divenire il nostro vero esame di coscienza