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Io do la vita per la vita delle pecore

 

Il Vangelo di oggi, nella lettura continuata del cap. 10 del Vangelo di Giovanni, torna a riproporre l’immagine del pastore. E lo fa all’interno di un contesto, se osserviamo le domande dei Giudei, che riguarda l’identità di Gesù in quanto salvatore e liberatore del popolo.
Gesù si appella alle opere da lui compiute per chiarire ai suoi interlocutori quale sia la sua identità e, quindi, il suo stesso obiettivo: offrire alle sue “pecore” la vita eterna.
Seppure l’immagine del pastore resti la medesima, è proprio la domanda dei giudei che dà passo a una prospettiva nuova, rispetto ai versetti precedenti, di questo stesso capitolo.
Finora, infatti, Gesù si era concentrato sull’identità del pastore, ben distinta da coloro che pastori non sono. Adesso si sofferma, invece, sui pregiudizi che impediscono di riconoscerlo come salvatore, come pastore “buono e bello”, secondo il testo greco. Chiarisce, quindi, che l’identità sua, che sembrerebbe non comprensibile, in realtà, appare tale a causa del pregiudizio dei suoi interlocutori che non vogliono entrare nella relazione pastore-gregge.
Bisogna essere chiari su questo punto: Gesù non cerca “pecoroni”, gente “allineata” per noia o consuetudine. Chiede una relazione, un dialogo autentico, al quale molti, però, non intendono aprirsi. In questo modo, ai loro occhi l’identità di Gesù non può risultare affatto chiara. Ma il problema, in ultima analisi, non è nel pastore, ma in chi non vuole aprire il cuore alla ricerca sincera, all’inquieto movimento del cuore che le parole e i gesti di Gesù determinano quando il pregiudizio non arriva e rovina tutto.
L’identità di Cristo salvatore non è comprensibile neppure a partire dalle pretese socio-politiche dei Giudei che lo interrogano. Al contrario, Gesù si presenta come colui che dà la vita per la vita delle pecore. Nell’accoglienza di questo paradosso si gioca la vita cristiana. Cristiano è, in questo senso, colui che afferma la possibilità che davvero sia così, ossia che l’umile pastore, percosso per il gregge, inauguri il tempo nuovo, in cui nessuna di esse vagherà dispersa.
In ultima analisi, il riferimento resta, quindi, al mistero pasquale: la resurrezione di Cristo, quando tutto sembrava perduto, rimette in discussione ogni apparente sconfitta e offre alle “pecore”, a tutti noi, l’opportunità di una domanda che può farsi relazione e sequela.

 

Spunti di riflessione:
– Quando penso al mio vivere cristiano, mi sento più “pecorone” o “pecora”? Ossia, so vivere la sfida della relazione personale con il Signore o risolvo il mio cammino di fede in una labile appartenenza sociologica?
– Accetto la possibilità che la via della debolezza possa rappresentare una affermazione di forza? Ammetto che fa esperienza del Risorto solo chi lo ha visto e gli è stato accanto mentre era crocifisso? Solo chi ha avuto il coraggio di entrare nel sepolcro vuoto ed affrontarne il silenzio e l’inquietante oscurità?