Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze)

Tornare per rendere gloria a Dio

 

 

Luca 17, 11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».
forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

 

 

 

Di dieci lebbrosi guariti solo uno torna a ringraziare e per giunta non è israelita, ma samaritano! Quale sorpresa un po’ amara per Gesù vedere i membri del popolo eletto, come lui, ricevere grazia da Dio per mezzo di lui e non agire di conseguenza, ritenere quasi scontata la cosa, come se fosse un loro diritto e non un dono immeritato da parte del Signore della vita. Tutti i lebbrosi lo hanno ascoltato e hanno fatto come diceva lui, trovandosi risanati mentre sono ancora per via, come a dire che non ci sono gesti particolari, riti o pratiche speciali da fare per ottenere grazia da Dio: è sufficiente credergli e mettersi in cammino.

Tutti ricevono la guarigione che hanno desiderato e chiesto, ma uno solo riconosce da Chi ha ricevuto la grazia. Perciò agli occhi di Gesù tutti sono guariti, ma uno solo salvato: lo straniero che torna da lui per rendere gloria a Dio.

Da qui possiamo fare due considerazioni.

Nel nostro mondo nord-occidentale ci siamo assuefatti ad uno stile di vita agiato, abbiamo a disposizione tanti beni e opportunità, anche se già prima della pandemia era aumentata la fascia di persone cadute in povertà o sulla soglia. Consideriamo – giustamente – nostro diritto una vita sana, bella, sensata e pienamente realizzata. Questa “normalità”, però, rischia di essere un velo posto sui nostri occhi che non ci aiuta a vedere e riconoscere quanto riceviamo in dono, quanto non è dovuto, né un diritto che possiamo rivendicare. E, a sua volta, questo ci rende più restii nel dare, nel permettere ad altri di accedere a quanto ci sembra ci venga tolto.

Molti immigrati, invece, talvolta forzatamente fuggiti da situazioni di miseria, guerra o persecuzione, sono più consapevoli di dovere la loro vita alla grazia di Dio, che tutto è dono, si potrebbe dire: “tutto è grazia”, facendo nostre queste parole pronunciate da tanti santi, ben consapevoli di quanto fossero vere.

E che dire di questo virus imprevedibile, di cui non abbiamo ancora capito perché fa morire l’uno e risparmia l’altro? Non è una grazia esserne stati preservati finora?

L’altra considerazione è che agli occhi di Gesù la gratitudine dell’ex lebbroso samaritano è segno della sua fede. Ci sono alcuni atteggiamenti profondamente umani, come la gratitudine, la cortesia, il rispetto ecc. – a cui papa Francesco sempre ci richiama – che esprimono in modo implicito, ma efficace, la fede di chi li assume nella bontà dell’uomo, nella possibilità di un’umanità migliore, veramente realizzata a immagine e somiglianza di Dio e del Figlio Gesù Cristo, che passò il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui, secondo le parole di Pietro al centurione romano Cornelio (cfr At 10,38). Lo vediamo anche nel santo soldato Martino, di cui oggi facciamo memoria: il suo gesto di condividere il mantello col povero – compiuto prima di convertirsi esplicitamente al cristianesimo – è rimasto per sempre un segno di grande generosità umana e di solidarietà cristiana.

La lettera a Tito ci esorta proprio a questa conversione nelle relazioni con il prossimo: se il contesto in cui viviamo – ad es. attraverso i media – ci spinge ad essere insensati, disobbedienti, corrotti, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella malvagità e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda, sanati come quei lebbrosi ora in Cristo possiamo invece essere pronti per ogni opera buona; di non parlare male di nessuno, di evitare le liti, di essere mansueti, mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini.

La gratitudine di quello straniero guarito e salvato da Gesù è il miglior antidoto contro tanti sentimenti negativi che ci possono agitare, soprattutto in questo tempo, e far chiudere in noi stessi, nascondendo alla nostra coscienza tutto il bene ricevuto e quanto il Signore ci ami, nonostante tutto: agli altri nove che non tornano a ringraziare non è tolta la guarigione, ma per la loro mancanza di fede perdono l’occasione di vivere per sempre da risorti con Cristo.