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Amore e missione

Con il capitolo 15 del vangelo di Giovanni iniziano due temi nuovi, quello dell’amore e quello della missione.
L’immagine che li media è quella della vite, attraverso il verbo rimanere e l’espressione “andare e portare frutto”.
L’amore di Cristo non è, banalmente, diletto e piacevolezza: è missionario!
Spinge all’azione, al portare frutto. Come il tralcio della vita che, se non porta frutto, a nulla serve.
L’amore di Dio, non motivato da nulla se non da se stesso, nel costituirsi come fine di sé, apre a una dimensione nuova della vita: è portatore di fecondità e di apertura all’altro, alla vita, al mondo.
Tutto questo è evidente nella vita di coppia, quando questa è generativa, non solo nel concepimento dei figli, ma già nella fecondità “operativa” che può avere mille forme diverse.
Ma è altrettanto chiaro nella vita del singolo soggetto. Amore chiama amore. L’amore innesca cascate, apre orizzonti, rinsalda le speranze, permette la fede, concede fiducia.
Gesù, nel testo di oggi, utilizza l’immagine della potatura della vite. Chi ha un vigneto o lo lavora, sa che per due volte questo accade: una prima volta, in pieno inverno, per togliere i resti della raccolta precedente e a fine inverno, quando si selezionano i germogli da far crescere per garantire qualità e forza nella nuova fase produttiva.
Non c’è quindi soltanto un togliere ciò che non ha più corso e non è che residuo rinsecchito, ma c’è anche una scelta, una selezione di priorità che nell’atto della potatura si compie.

Due indicazioni concrete, quindi: nella vita spirituale bisogna togliere ciò che, del passato, è inutile e selezionare, al presente, ciò che ha senso per il futuro.
Rimanere nella vite, rimanere in Cristo, quindi, non è una operazione di natura sociologica, legata, ad esempio, alla celebrazione di alcuni riti e sacramenti o di alcune pie pratiche. Rimanere nella “vite”, rimanere nella “vita”, rimanere in Cristo è operazione esistenziale ben concreta. E non siamo noi l’unico soggetto, anzi, il vero soggetto è il Padre. È lui il soggetto del potare.
Allora non dovremmo preoccuparcene anche noi? A dire il vero, sì. Perché è data la possibilità di tralci che non portano frutto, la possibilità di una “resistenza” della vite alla potatura.
Per ultimo, notiamo come “gloria del Padre” non sia, in risposta al versetto precedente, una quasi onnipotenza dell’uomo rispetto a ciò che “chiede” e che gli “viene concesso”. Questo versetto sta dentro un ambito di coerenza, che è il “rimanere nella vite”. Significa che non è detto che qualunque cosa io chieda nasca da una coerenza e da una continuità con l’essere parte della vite.
Gloria del Padre è, piuttosto, il “portare frutto” e il diventare discepoli del Figlio, che possiamo anche leggere come: “portare frutto che è diventare miei discepoli”.
Primo frutto del tralcio che resta legato alla vite è il legame stesso, l’amicizia stessa con il Dio della vita.

Spunti di riflessione:

  • Cosa chiedo al Padre e cosa vorrei mi fosse dato?
  • Quali sono le mie resistenze alla potatura del Padre?
  • In cosa sono “tralcio che non porta frutto” e quali aspetti di me sono quelli che “portano più frutto” e che vale la pena lasciar crescere e fortificare?