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Il di più dello Spirito

 

Continua, nel testo giovanneo, l’approfondimento del ruolo e dell’azione dello Spirito che, qui, viene detto di “verità”.

Lo Spirito “annuncia”: come Cristo ha annunciato “l’ora” che giungeva, così lo Spirito, a partire da Cristo, annuncerà cose future, cose nuove.

Come possiamo pensare questo rapporto, tra lo Spirito e Cristo, con termini che siano più vicini alla odierna sensibilità?

Oggettivamente, ci sono, nel concreto del momento in cui Cristo sta parlando agli apostoli, secondo il filo della narrazione evangelica, delle cose che, chi lo ascolta, non sarebbe capace di sopportare. Notiamo, quindi, come si faccia esplicita l’esigenza di non considerare “chiusa” la Rivelazione nell’esperienza di Cristo. L’azione dello Spirito porterà effettivamente a un “di più” che sia, però, coerente con l’opera e la Parola di Gesù.

Affermiamo secondo dottrina che la Rivelazione di Cristo sia piena e completa: come facciamo a conciliare questo “di più”?

A mio avviso, la verità, quella “tutta intera” a cui lo Spirito conduce è proprio quella forza che la Tradizione possiede di reinventarsi ad ogni generazione, trovando, come a Pentecoste, un linguaggio nuovo, per ogni epoca e cultura, e annunciando al mondo le opere di Dio.

Questo tentativo di traduzione della Tradizione si fa necessario: la Rivelazione deve avere sempre un interlocutore, non solo destinatario, ma mittente a sua volta di una risposta all’offerta di salvezza che Dio gli propone. Se è così, quindi, bisogna che il Vangelo, l’annuncio, si traduca nel “linguaggio” specifico di questo interlocutore, tenendo conto delle sue dinamiche storico-esistenziali, sociali, culturali, etc…

Si è parlato, per questa ragione” di “fedeltà creativa” alla Tradizione: da un lato, chi riceve lo Spirito resta fedele al contenuto originario dell’esperienza storica di Cristo, mentre, dall’altro, necessariamente riceve “l’annuncio” e, a sua volta, lo proclama secondo caratteristiche espressive e categorie interpretative nuove e adeguate al suo tempo e al tempo dei destinatari del suo annuncio.

Sapete, accettare oggi, nella vita dell’Istituzione ecclesiale, questa evidenza non è affatto semplice.

Da più parti, andando anche a viso aperto contro ogni tentativo di “aggiornamento” – parola tanto cara a Giovanni XXIII al tempo del Concilio – si moltiplicano le critiche a quanti, in ascolto dello Spirito, si stanno impegnando affinché la Parola di Cristo giunga, effettivamente, ai suoi destinatari oggi e in un modo, in una forma che sia comprensibile, che tenga conto della situazione propria di ciascuno degli abitanti della terra.

La vita, la morte e la resurrezione di Cristo sono per tutto il creato. Non per i soli battezzati. Non soltanto per chi conosce il greco, lingua originale del Nuovo Testamento. Non soltanto per chi conosce il latino, lingua della “Vulgata”, prima traduzione considerata canonica a tutti gli effetti. E, andando al di là della questione linguistica, Cristo si è incarnato, è vissuto, è morto ed è risuscitato anche per i credenti di ogni tempo. Provate a pensare alla difficoltà che giovani, figli di un padre dal quale hanno subito solo violenze, possano provare quando si tratta di indicare Dio come “Padre”: a questi può essere precluso l’annuncio della vita?

Ma, andiamo ancora oltre: un bambino che nasce in un contesto umano non cristiano e che cresce nella tradizione religiosa e culturale del suo popolo e della sua etnia, può essere considerato “non-destinatario” dell’annuncio di salvezza?

Impossibile! Sarà l’annuncio a piegarsi e dispiegarsi nelle concrete coordinate storiche ed esistenziali del bambino in questione.

Quindi tutti gli uomini che vogliano ascoltare la parola d’assoluto che lo Spirito annuncia, possono farlo. Senza che questo implichi la loro conversione al cristianesimo: restando nel “loro recinto” ricevono in dono la salvezza gratuitamente e come noi.

Frutto, infatti, dell’azione dello Spirito è la conversione del cuore, non lo smantellamento della propria tradizione e identità religiose.

Per questo “far cristiani” con tecniche di proselitismo e assoggettamento è assolutamente anti-evangelico!

A partire dalla parola di assoluto che lo Spirito suggerisce ad ogni cuore, ciascuno sarà chiamato ad intraprendere un cammino seguendo strade oggettivamente percorribili, strade che tengano in considerazione la situazione specifica di ciascun pellegrino in questo mondo.

Dal punto di vista teologico, notiamo, quindi come il beneficio dell’esperienza esistenziale di Cristo, drammaticamente compiutosi nella sua Pasqua, sia messo a disposizione di ogni “uomo di buona volontà” per opera dello Spirito Santo, che agisce nel mondo secondo forme e dinamiche proprie del “vento, per usare una immagine biblica. “Vento” che nessuno conosce da dove venga e verso dove vada.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Sento resistenza ad affermare la possibilità che lo Spirito Santo venga concesso ai cristiani come ai membri di altre religioni?
  • Sento difficoltà nell’accettare che, perfino agli atei, possa essere concessa la possibilità di un proprio cammino verso l’Assoluto?
  • In ultima analisi, il mio cristianesimo è inclusivo o esclusivo e, magari, anche escludente?