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Meditazione Mer 21 Aprile

Meditazione Mer 21 Aprile

Meditazione Mer 21 Aprile 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Io sono il pane della vita

 

Giovanni 6, 35-40

In quel tempo, disse Gesù alla folla:
«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai! Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete.
Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre».

 

 

Il pane che Gesù vuol darci è quello del settimo giorno, che ci riporta dal deserto al giardino, dall’esilio alla patria. Questo pane è la sua stessa vita: il suo amore di Figlio per il Padre e per i fratelli. Solo questo ci mantiene liberi e ci fa abitare in tranquillità la terra (cf. Lv 25,18s).

Ad ogni uomo il Signore ha fatto tre doni. Il primo è l’universo intero, il secondo è il suo proprio io, il terzo è Dio stesso. Fine di ogni dono infatti è il dono di sé. Tutto gli è dato gratuitamente, senza che faccia nulla; sta però a lui riceverlo con gratitudine e vivere in esso il dono che Dio gli fa di se stesso.

Il pane alimenta la vita, ma non è la vita. La vita è accogliere il mondo e il proprio io come dono d’amore di Dio. La relazione con lui è la felicità che ognuno desidera: la vita eterna è dire sì a chi da sempre è sì per ogni sua creatura.

Chi fa del pane, di se stesso o di qualunque altra cosa, compresa la legge e l’alleanza, il proprio feticcio, è come uno che si innamora dell’anello di fidanzamento e non di chi gliel’ha dato. Allora ciò che è segno perde il suo significato, ciò che è mezzo diventa fine: la vita si riduce a un accumulo di segni senza significato e di mezzi senza scopo. Si mangia pane che perisce. Anzi, pane avvelenato, che fa perire.

Il pane, che Gesù ha “preso rendendo grazie e distribuendo”, è lui stesso, il suo corpo dato per noi. In quanto “pane”, egli ci conferisce la sua vita di Figlio; “mangiarlo” significa assimilarlo, o meglio, esserne mangiati e assimilati, per vivere di lui e come lui.

 

Entro in preghiera come al solito.

Mi raccolgo immaginandomi nella sinagoga di Cafarnao, dopo il dono del pane.

Chiedo ciò che voglio: riconoscere in Gesù, nella sua carne data per me, il pane che mi comunica la vita del Figlio.

Traendone frutto, medito e assaporo ogni parola di Gesù.