• Tel: 06 697001 (centralino)

Meditazione Mer 25 Novembre

Meditazione Mer 25 Novembre

Meditazione Mer 25 Novembre 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Perseverate fino alla fine/al fine

 

 

Luca 21, 12-19
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza.
Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto.
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

 

 

 

Continuiamo ad ascoltare i discorsi che Gesù e il veggente dell’Apocalisse fanno alle comunità cristiane che vivono tempi difficili, di afflizione e persecuzione.

I primi cristiani erano tutti giudei che avevano ascoltato e creduto alla predicazione di Gesù e poi al messaggio del Vangelo diffuso dagli apostoli e discepoli. La fede in Gesù crocifisso e risorto dal Padre li poneva, però, in forte conflitto con chi, invece, non credeva che in lui si fossero adempiute le Scritture e le promesse di Dio al suo popolo. Addirittura all’interno delle stesse famiglie si nasceva una separazione fra padri e figli o fratelli. Possiamo immaginare quanto potesse essere doloroso entrare in così profondo conflitto con le persone più care, le quali, per motivi di fedeltà religiosa, potevano in casi estremi diventare anche delatori e accusare i cristiani di fronte alle autorità religiose. Il minimo che gli poteva accadere era di essere banditi dalle sinagoghe, non potevano più partecipare alle assemblee liturgiche, erano separati dal loro popolo.

Gesù invita a non scoraggiarsi e a confidare nell’assistenza dello Spirito santo, che al momento giusto comunicherà cosa dire a propria difesa, come farebbe un avvocato in tribunale e perciò detto Paraclito, che era appunto il titolo del difensore nelle cause pubbliche. In queste situazioni in cui le circostanze mettono in dubbio e fanno vacillare la verità e la validità di quanto crediamo, ciò su cui abbiamo fondato la nostra vita – l’amore di Dio e del prossimo nel nome di Gesù Cristo – è la perseveranza a salvarci la vita.

Oggi è diventato difficile essere perseveranti, è una virtù che va chiesta e perseguita come dono, perché tutto è velocemente mutevole, tutto è precario e reversibile: se una cosa non va, non è secondo le nostre aspettative, ci delude, la possiamo sempre cambiare, come le merci dei centri commerciali. E purtroppo questo vale anche per le relazioni umane: quante coppie non si sposano né civilmente, né religiosamente perché hanno davanti la prospettiva di poter cambiare e lasciarsi, se le cose non vanno bene? Ci sono indubbiamente casi in cui la separazione è necessaria, ma è l’approccio di fondo alle scelte fondamentali della vita che non ci aiuta, perché denota una sfiducia di fondo, una mancanza di riferimenti stabili, ultimi, definitivi, per cui non c’è nulla sua cui si possa fondare davvero la vita, tutto può cambiare, tutto ci può essere tolto da un momento all’altro.

Ecco perché Gesù invita alla perseveranza, a cominciare dalla professione e dalla vita di fede, per arrivare più in generale a mantenere stabili e non mutare quelle buone decisioni prese in un momento fondamentale, di svolta della nostra vita, quando abbiamo sentito l’azione dello Spirito in noi che confermava con la sua pace la bontà di quella scelta. È una delle regole fondamentali del discernimento. Se, invece, si cambia ad ogni piè sospinto, in base agli umori del momento, la vita non è salva, sarà sempre esposta alla caducità dell’imprevisto.

Anche gli israeliti, quando fuggivano dall’Egitto, hanno tremato di fronte al mare chiuso davanti a loro, mentre gli egiziani li stavano raggiungendo alle spalle. Sembrava che non ci fosse via di fuga e invece il mare si è aperto e sono passati all’asciutto, mentre i nemici sono affogati, sommersi dalle acque. I redenti dell’Apocalisse cantano il cantico di Mosè, quel canto di lode a Dio innalzato dopo il passaggio nel Mar Rosso, che ora è anche il canto dell’Agnello, quel Gesù mantenutosi fedele a Dio fino alla morte, resuscitato e introdotto nella vita eterna dal Padre per la sua perseveranza.