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Meditazione Mer 28 Aprile

Meditazione Mer 28 Aprile

Meditazione Mer 28 Aprile 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Padre… Figlio

 

Giovanni 12, 44-50

In quel tempo, Gesù esclamò:
«Chi crede in me, non crede in me ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre.
Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo.
Chi mi rifiuta e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho detto lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me stesso, ma il Padre, che mi ha mandato, mi ha ordinato lui di che cosa parlare e che cosa devo dire. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me».

 

 

La lettura continua del Vangelo di Giovanni si interrompe e passiamo a questo brano del cap. 12, in piena atmosfera pasquale.

Siamo all’interno di quel grande portale che il redattore di questo vangelo utilizza per introdurci alle ultime parole di Cristo, che caratterizzeranno i capitoli successivi.

In questi versetti si manifesta la relazione di Gesù con il Padre.

Siamo nel cuore dell’autocomprensione di Cristo: nulla Gesù manifestava di sé fuori da questa relazione primigenia. E a questa stessa relazione vuole chiamare ogni vivente. Questa diventa occasione, quindi, per interrogarci sulla nostra relazione con Dio Padre. Proviamo a uscire dalla tentazione delle interpretazioni moraleggianti che, nell’immagine della “luce”, della “fede” e della “Parola”, presenti in questo testo, potrebbero condurci ad una sterile valutazione dei nostri comportamenti e andiamo al cuore della questione: il Padre di Gesù è mio Padre.

Siamo figli.

Come “pulire” questa immagine senza renderla mielosa e idealizzata?

Può essere utile ripassare mentalmente tutte le circostanze in cui Cristo si rivolge al Padre, da quelle che esprimono perfetta consonanza a quelle, evidenti nel Getsemani e sulla Croce che esprimono, invece, fatica da parte di Gesù, nel comprendere e nell’accogliere ciò che la volontà paterna sembrava indicargli.

Tutto questo per dire che nella relazione padre-figlio è possibile notare progressione, dinamismo e non staticità. Che si possa, in alcune circostanze, far fatica con i genitori è fase normale nello sviluppo di un autentico dialogo.

Abbiamo bisogno di scoprire, in tutta onestà e sempre di nuovo, in cosa si esprima la paternità di Dio nei nostri confronti e di come sviluppiamo il nostro essere figli. Bisogna che dedichiamo tempo all’ascoltarlo e al farci ascoltare. Bisogna che interroghiamo il Padre sul senso delle cose di questa vita che ci è donata come fragile e preziosa e che impariamo anche a rispondere con un “Grazie!” a quanto riconosciamo esserci affidato, come si fa da piccoli, quando si apprende, poco a poco, l’importanza del ringraziare.

Nel nascondersi di Dio Padre all’interno, esattamente, di questa immagine della paternità ci verranno così rivelati, giorno dopo giorno, il miracolo e la bellezza del suo starci accanto senza abbandonarci mai, qualsiasi cosa accada.

 

Spunti di riflessione:

  • Dedico tempo all’ascolto del Padre? Limito la mia relazione con lui ad un continuo e impersonale “offrire e chiedere”, in stile “bancomat”?
  • Mi lascio abbracciare da questo Padre?