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Meditazione Mer 3 Febbraio

Meditazione Mer 3 Febbraio

Meditazione Mer 3 Febbraio 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Si meravigliava della loro incredulità

 

 

Marco 6, 1-6

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando

 

 

 

Dopo aver parlato della fede, Marco parla della sua mancanza, cioè l’incredulità.

Sorprende che questa difficoltà a credere sia presente proprio in coloro che hanno conosciuto il Signore, che hanno ascoltato la sua Parola e ne hanno visto l’operare.

Gesù nel suo esodo – mistero della sua Incarnazione – ritorna nella sua patria, in mezzo ai suoi. Qui si scontra con una mancanza di fede che meraviglia il Signore stesso.

Ma in che cosa si manifesta questa difficoltà a fidarsi di lui?

Marco presenta Gesù, il Figlio, che ha attraversato il deserto, ha attraversato il mare, ha attraversato le inquietudini e le tempeste del cuore dell’uomo, perché vuole ritornare alla casa da cui è uscito portando con sé l’uomo. Questa è la meta verso cui è rivolto il cuore del Figlio.

Gesù non vuole compiere questo esodo da solo: conduce con lui i suoi fratelli, tutti coloro che hanno dimenticato di essere figli; cioè hanno dimenticato di avere una casa e di avere un Padre.

L’unica opera di Gesù in mezzo ai suoi è quella orientare il loro cuore indurito verso il cuore del Padre. Perché gli uomini imparino a dimorare dove dimora lui, ha aperto il suo cuore di figlio, affinché in quello squarcio potessimo contemplare i cieli aperti e l’amore di Dio riversato su di noi.

Questo è stato l’insegnamento di Gesù: manifestare l’amore di Dio per ogni uomo.

Ebbene, Gesù è stato contestato e radicalmente rifiutato dai suoi proprio in questa figliolanza, perché ciò che in ogni tempo fa veramente problema è la sua carne.

L’uomo cerca di carpire le caratteristiche che pensa proprie di Dio: l’immortalità, la potenza, l’onniscienza; ma fa fatica ad accettare che Dio si rivesta proprio di quelle prerogative di cui farebbe volentieri a meno: la debolezza, l’umiltà, la fragilità. Tuttavia, la carne del Figlio, la sua umanità, è il modo in cui Dio si rivela e si dona a noi definitivamente. Attraverso di essa ci tocca e ci salva.

La lode, la riverenza, il servizio sono rivolte a un Dio così, che si è fatto carne, che si è lasciato crocifiggere per amore.

Come può salvarmi un Dio che muore in croce per me?

Per Marco l’incredulità non è soltanto la negazione di Dio, ma l’incapacità di riconoscere Dio nell’umiltà dell’uomo Gesù, il suo appello nella voce di un uomo che sembra essere troppo uomo.

La mancanza di fede però è un ostacolo alla grazia di Dio. Perché possa comunicarsi a noi, essa infatti ha bisogno della nostra accoglienza. Per questo, il ministero di Gesù a Nazareth è stato apparentemente sterile. Come può essere sterile la nostra preghiera se non si apre alla fede.

Ma Dio, pur meravigliandosi della nostra incredulità, è paziente: semina la sua Parola in attesa che essa porti frutti di vita eterna.

Nella preghiera chiedo al Signore di sapermi meravigliare della mia incredulità e durezza di cuore. Chiedo di sapermi ancora stupire della mia incapacità di fidarmi e affidarmi a lui; perché non c’è nulla di più pericoloso dell’apatia religiosa, del dare tutto per scontato, anche il modo con cui Dio ci ha salvato, anche il credere che ci ha salvato.