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Padre… figlio

La lettura continua del Vangelo di Giovanni si interrompe e passiamo a questo brano del cap. 12, in piena atmosfera pasquale.

Siamo all’interno di quel grande portale che il redattore di questo vangelo utilizza per introdurci alle ultime parole di Cristo, che caratterizzeranno i capitoli successivi.

In questi versetti tiene banco, tra diverse immagini ed espressioni, la relazione di Gesù con il Padre.

Alcuni autorevoli esegeti, interpreti della scrittura, per anni si cimentarono nell’individuazione di affermazioni, tra quelle evangeliche, che, con forte probabilità, risalgono allo stesso Gesù storico, a noi giunte senza rimaneggiamenti successivi.

Tra questi, vi è chi, sulla relazione Padre-Figlio, tra Gesù e Dio Padre, individua quanto di più originale e proprio i vangeli contengano a proposito del Gesù storico. Il Nazareno avrebbe articolato tutta quanta la sua missione e la sua stessa autocomprensione intorno a questa intimissima e, al contempo, fortissima relazione con il Padre.

Realmente Gesù si sentiva figlio amato del Padre. E, in quanto figlio, affrontava ogni situazione e ogni sfida della vita. Siamo quindi, con i versetti di oggi, nel cuore dell’autocomprensione di Cristo: nulla Gesù manifestava di sé fuori da questa relazione primigenia. E a questa stessa relazione vuole chiamare ogni vivente.

Questa diventa occasione, quindi, per interrogarci sulla nostra relazione con Dio Padre. Proviamo a uscire dalla tentazione delle interpretazioni moraleggianti che, nell’immagine della “luce”, della “fede” e della “Parola”, presenti in questo testo, potrebbero condurci ad una sterile valutazione dei nostri comportamenti e andiamo al cuore della questione: il Padre di Gesù è mio Padre.

Godiamo della carica affettiva di questa esclamazione.

Facciamone àncora nei momenti di tempesta, e acqua che disseta nei giorni aridi della nostra vita. Non siamo servi.

Non siamo meri esecutori di una volontà aliena, altra.

Siamo figli.

Bisognerebbe chiedere a una coppia di genitori cosa significhi avere dei figli e bisognerebbe interrogare qualche adolescente per capire, magari, cosa possa significare l’essere figli in un processo, quello di una vita intera, in cui, nonostante la separazione, l’allontanamento, la rabbia, la fatica, la morte, mai perdiamo questa originaria autodeterminazione: qualcuno ci ha generati.

Proviamo a tornare con la memoria alla nostra infanzia. Oppure proviamo, con curiosità, a osservare o ricordare quei gesti dei nostri genitori che esprimono il loro “essere-per” noi figli. Intorno a queste percezioni, che si danno nell’esperienza concreta, si sviluppa la comprensione della paternità di Dio.

La presente epoca ci mette in guardia dall’idealizzare la stessa genitorialità nell’esperienza umana. Questo può inficiare, può “sporcare” il senso della nostra relazione con Dio Padre. Un rapporto problematico con i nostri genitori o i nostri figli può indebolire l’efficacia dell’immagine.

Se è vero che “la Grazia insiste sulla Natura”, può risultare compromessa la nostra stessa comprensione della figliolanza di Gesù e, quindi, della nostra.

Ricordo una ragazza che, con determinazione, riconosceva nella preghiera del “Padre nostro” lo scoglio più duro alla sua vita cristiana. Aveva infatti subito violenze in ambito domestico proprio da parte di suo padre.

Come “pulire”, quindi, questa immagine senza renderla mielosa e idealizzata?

Può essere utile allora ripassare mentalmente tutte le circostanze in cui Cristo si rivolge al Padre, da quelle che esprimono perfetta consonanza a quelle, evidenti nel Getsemani e sulla Croce che esprimono, invece, fatica da parte di Gesù, nel comprendere e nell’accogliere ciò che la volontà paterna sembrava indicargli.

Tutto questo per dire che nella relazione padre-figlio è possibile notare progressione, dinamismo e non staticità. Che si possa, in alcune circostanze, far fatica con i genitori è fase normale nello sviluppo di un autentico dialogo. Alcune correnti psicanalitiche riportano come esigenza evolutiva quella del “sacrificio del padre” per l’assunzione di una autentica e autonoma identità da parte del figlio. In Genesi, invece, la paternità di Abramo passa attraverso il terribile gesto del “sacrificio del figlio” a cui proprio Abramo stava per dar luogo.

Non esiste il “libretto delle istruzioni” sulla genitorialità e sulla figliolanza. C’è solo lo sforzo di un continuo dialogo, di un continuo chiarimento, di un “dirsi le cose dal cuore” e, a volte, anche dalla “pancia”. Abbiamo bisogno di scoprire, in tutta onestà e ogni volta, in cosa si esprima la paternità di Dio nei nostri confronti e di come sviluppiamo il nostro essere figli. Bisogna che dedichiamo tempo all’ascoltarlo e al farci ascoltare. Bisogna che interroghiamo il Padre sul senso delle cose di questa vita che ci è donata come fragile e preziosa e che impariamo anche a rispondere con un “Grazie!” a quanto riconosciamo esserci affidato, come si fa da piccoli, quando si apprende, poco a poco, l’importanza del ringraziare.

Nel nascondersi di Dio Padre all’interno, esattamente, di questa immagine della paternità ci verranno così rivelati, giorno dopo giorno, il miracolo e la bellezza del suo starci accanto senza abbandonarci mai, qualsiasi cosa accada.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Dedico tempo all’ascolto del Padre? Limito la mia relazione con lui ad un continuo e impersonale “offrire e chiedere”, in stile “bancomat”?
  • Mi lascio abbracciare da questo Padre?