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domenica delle palme

Verso la passione e la risurrezione di Gesù

 

Ci prepariamo a vivere la Settimana Santa, che la liturgia ambrosiana chiama “autentica”, perché in essa si svela l’autentico volto di Dio, che è quello di un amore più forte della morte.

Entriamo in questi giorni santi segnati dalla paura, dal dolore, dall’ansia e dalla preoccupazione, non soltanto del momento presente, ma anche del futuro… non sappiamo, infatti, come di fatto sarà la nostra vita dopo la pandemia del Covid-19, come cambieranno le nostre relazioni, il nostro modo di confrontarci con il quotidiano.

Come cristiani e credenti abbiamo vissuto la Quaresima in un vero digiuno e ora ci approntiamo a celebrare questa Pasqua con una ferita nel cuore, perché ci è stata tolta la possibilità di radunarci insieme, di pregare insieme, di spezzare insieme la Parola e l’Eucaristia, di adorare insieme il mistero di morte e risurrezione di Cristo.

La domanda che potrebbe sorgere alla coscienza è questa: come celebrare la Pasqua del Signore nel deserto?

Molte cose le potremo e dovremo spostare dopo questa crisi, ma la Pasqua no!

Dobbiamo viverla nel deserto, nella prova, nel silenzio delle nostre liturgie, nell’impossibilità di saziarci del Pane eucaristico e di ascoltare la parola di perdono che ogni volta ci fa nuovi nel Sacramento della Riconciliazione.

Come Israele dobbiamo vivere nell’attesa, nel desiderio della terra di comunione verso cui però siamo incamminati, affrontando tutte le tentazioni del deserto: la sete, il morso dei serpenti velenosi, la fatica del cammino, la nostalgia della vita di schiavitù in Egitto, il tentativo di costruirci ciascuno un idolo di salvezza…

Tante cose che davamo per scontate, ora non lo sono più. Tutti sentiamo il bisogno di relazioni, il bisogno di comunità, il bisogno di autenticità.

Ebbene, anche in questa condizione è possibile per noi vivere il memoriale della Pasqua, che non è semplicemente una memoria, o un rimpianto di qualcosa di bello che non è più, ma è l’accedere continuamente alla grazia di salvezza che il Signore ha riversato sul mondo intero con la sua croce e risurrezione.

Quel torrente di amore che è sgorgato sul Golgota, per la durezza di cuore degli uomini, è un fiume di grazia e di perdono che – al modo della visione di Ezechiele (cap. 47) – cresce all’infinito e riporta vita nel deserto di morte in cui vive l’uomo. Tutto ciò che è toccato da queste acque rivive, le zolle inaridite della steppa ridiventano humus, terra feconda.

Dunque, anche ora nell’umiltà che siamo stati costretti a ritrovare, possiamo cantare la gioia pasquale.

La Pasqua, come ogni festa, non può essere celebrata da soli; pertanto anche se la viviamo in modo domestico, ricordiamo sempre che formiamo un corpo, una comunità, che siamo affidati gli uni agli altri.

«Scopriamo con stupore che il Signore è vivo e all’opera in mezzo a noi con il suo Spirito che crea comunione, perdono, carità, giustizia, fraternità. Accorgiamoci che sappiamo “addirittura” affrontare questo nostro inaspettato cambiamento d’epoca, moltiplicando risorse, intelligenza, operosa carità e imprenditorialità. […] Continuiamo con fiducia il nostro pellegrinaggio verso la Gerusalemme celeste, magari camminando più lentamente, ma insieme» (Mario Delpini, Arcivescovo di Milano).

 

I testi che verranno offerti in questi giorni per la preghiera personale e familiare sono una meditazione sulla Pasqua del cardinale Carlo Maria Martini.

Possano essere un aiuto per prendere coscienza di ciò che ci muove interiormente e soprattutto essere un invito alla speranza, perché la storia è nelle mani di Dio come ci ricorda la sequenza pasquale: la morte e la vita si sono affrontati in duello; il Signore della vita era morto, ma ora regna ed è vivente per sempre… e noi con lui.

 

Una nota circa la confessione pasquale.

 

In questo tempo ci è raccomandato di rimanere in casa per una ragionevole e responsabile prudenza legata all’emergenza sanitaria, è dunque impossibile celebrare il sacramento della Penitenza.

È vero che le Chiese parrocchiali sono aperte – non le Rettorie per decreto del Cardinale Vicario – ma il Ministero dell’Interno con nota del 27 marzo 2020 precisa che «è necessario che l’accesso alla chiesa avvenga solo in occasione di spostamenti determinati da “comprovate esigenze lavorative”, o per “situazioni di necessità”, che la chiesa sia situata lungo il percorso e che, in caso di controllo da parte delle Forze di polizia, possa esibirsi la prescritta autocertificazione o rendere dichiarazione in ordine alla sussistenza di tali specifici motivi».

È allora utile richiamare ciò che la Chiesa insegna: «Quando si è sinceramente pentiti dei propri peccati, ci si propone con gioia di camminare nuovamente nel Vangelo e, per un’impossibilità fisica o morale, non ci si può confessare e ricevere l’assoluzione, si è già realmente e pienamente riconciliati con il Signore e con la Chiesa» (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1451-1452).

Pertanto, nell’intimità con il Signore si faccia un atto di profonda contrizione, che sia il dispiacere di fronte all’amore immenso con cui Dio ci ama, e si scelga un gesto di penitenza che in qualche modo ripari al male commesso e rafforzi il desiderio e la volontà di servire il Signore. Non appena questa impossibilità sarà superata, si potrà sigillare il perdono che il Signore nella sua misericordia già ci ha accordato con la confessione e assoluzione sacramentale.

Anche questa forma di digiuno ci può far prendere coscienza di tante confessioni fatte per abitudine o superficialmente in cui, in fondo, non abbiamo sentito e gustato la bontà del Signore verso di noi o non sono state il frutto di un vero pentimento per amore.

 

Cogliamo l’occasione per invitarvi a visitare il canale You Tube della Rettoria che è stato recentemente rinnovato, con accesso dal sito www.chiesadelgesu.org .

 

Che il Signore ci benedica e ci protegga, faccia splendere il suo volto su di noi, ci guidi e ci sostenga con la sua grazia nel cammino verso la Pasqua.

 

I Padri della Rettoria del Gesù

 

 

 

 

Che cos’è la Pasqua?

 

La Pasqua, come tutti sappiamo, è una festa ebraica, la cui origine si perde nella notte dei tempi; dapprima è stata semplicemente una festa di pastori per l’inizio della nuova stagione, e si celebrava quando si scorgeva la luna piena per la prima volta dopo il solstizio di primavera. In quella occasione si soleva sacrificare qualche animale del gregge e in questo senso la festa ci ricorda le origini nomadiche del popolo ebraico.

Ciò che la rende però la festa caratteristica degli Ebrei è la celebrazione della liberazione del popolo dall’Egitto, della liberazione dalla schiavitù del faraone, avvenuta verso il 1800-1700 a.c. Proprio nel plenilunio che segue il solstizio primaverile, si faceva memoria dell’evento sacrificando un agnello. Così la Pasqua diviene il grande momento che ricorda la nascita del nuovo popolo per l’azione potente di Dio che lo libera. Come tale, questa festa fino a oggi rimane il grande riferimento religioso e nazionale degli ebrei; non la si celebra più con i riti antichi, dal momento che il tempio è stato definitivamente distrutto nel I e poi nel II secolo d.C.; la si celebra con un pasto, con una cena.

Assume la sua natura di principale festa cristiana perché nella giornata precedente il plenilunio che segue il solstizio di primavera, Gesù Cristo, a Gerusalemme, viene ucciso sulla croce e, dopo tre giorni, nel primo giorno della settimana dopo il sabato, risorge. Quella stessa data che era e rimane la data della liberazione degli Ebrei dal popolo egiziano, diviene, per il popolo cristiano, la storia della liberazione dalla morte, quindi della redenzione. È il mistero cristiano per eccellenza, il nucleo della fede cristiana. 1600-1700 anni dopo l’esodo, la Pasqua è vissuta dai cristiani prima nella tragedia della croce e poi nella proclamazione del Risorto: il Cristo è veramente risorto ed è apparso a Pietro, ai Dodici, è apparso alle donne. La Pasqua cristiana è la festa delle feste, e cristiano è colui che afferma: il Signore è veramente risorto.

Il cristianesimo non è, come talora si pensa, una dottrina morale, per esempio sul primato dell’amore; non è nemmeno una dottrina su Dio. Esso nasce e si sviluppa da questa fondamentale proclamazione: Gesù Cristo crocifisso è davvero risorto.

Se studiamo i testi del Nuovo Testamento, i testi più antichi scritti nel I secolo della nostra era, ritroviamo tale certezza: il Cristo crocifisso è risorto, noi l’abbiamo visto, noi l’abbiamo incontrato. Ma se Gesù è risorto, è perché Dio Padre l’ha risuscitato; se è risorto, è lui che dona lo Spirito santo all’uomo; dunque Dio è Padre Figlio e Spirito santo. Se Cristo è risorto, l’uomo è liberato dai propri peccati, e il cristianesimo è redenzione, liberazione dal peccato. Se Cristo è risorto, lo è per tutti gli uomini.

Dalla risurrezione di Cristo deriva perciò tutto il resto del messaggio cristiano; senza la risurrezione, il messaggio sarebbe semplicemente una dottrina religiosa, non sarebbe ciò che è, un evento, un fatto che comporta una concezione di Dio e dell’uomo, di Dio Trinità e dell’uomo amato e redento e chiamato alla vita per sempre.

Il Natale, che nel mondo occidentale è celebrato tradizionalmente con grande solennità per motivi storici e folkloristici, segna l’inizio della vita di Gesù sulla terra, vita che ha il suo culmine nella croce e nella risurrezione. La festa della Pentecoste fa memoria del dono dello Spirito santo che viene effuso dal Crocifisso risorto. E anche le feste della Madonna e dei santi non sono che riflessi di questo grande mistero centrale.

Giustamente la Pasqua è il contenuto stesso della fede cristiana, è il cuore della vita della Chiesa, perché ci dice chi è Dio, chi è Gesù Cristo, chi siamo noi.

È la gloriosa manifestazione di un Dio amante della vita, che vuole la vita e non la morte, di un Dio che anche dalla morte fa scaturire la vita.

La Pasqua rivela chi è Gesù di Nazaret, il Cristo Figlio unico del Padre; proclama che in lui, morto e risorto, converge la storia di Israele e la storia dell’umanità.

La Pasqua fa scoprire chi è l’uomo, chi siamo noi, chiamati a risorgere con Gesù, a superare con lui il dramma della morte, per essere con lui nella vita per sempre.

La Pasqua è il nodo risolutivo, il perno attorno a cui gira tutto il piano di Dio riguardante l’uomo e il cosmo; è il centro a cui tutto guarda e da cui tutto riparte.

La liturgia della Chiesa vive la Pasqua nell’ arco di un’intera settimana: essa inizia con la Domenica cosiddetta delle Palme, quando si acclama Cristo quale vincitore e re e ha il suo momento forte nel Triduo del giovedì, venerdì, sabato e domenica di risurrezione. Nel giovedì santo contempliamo Gesù nell’ultima cena, dove presenta il pane e il vino come segno della sua decisione di dare la vita per l’uomo; il venerdì santo è il giorno della morte di Gesù; nel sabato santo si fa memoria del sepolcro in cui Gesù si lascia rinchiudere per sigillare il suo amore per il mondo. Finalmente, nel giorno di Pasqua risuona il grido dell’alleluia, della vittoria definitiva del bene sul male, un grido già nascosto e implicito nei riti delle giornate precedenti.

 

La Domenica delle Palme

 

[Leggiamo l’ingresso di Gesù a Gerusalemme] dal vangelo secondo Giovanni:

«La grande folla che era venuta per la festa» – la festa della Pasqua ebraica – «udito che Gesù veniva a Gerusalemme, prese dei rami di palme e uscì incontro a lui gridando: Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele! Gesù, trovato un asinello, vi montò sopra, come sta scritto: “Non temere, figlia di Sion! / Ecco, il tuo re viene, / seduto sopra un puledro d’ asina”. Sul momento i suoi discepoli non compresero queste cose; ma quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che questo era stato scritto di lui e questo gli avevano fatto» (12, 12-16).

Può sembrare strano cominciare con un’acclamazione a Cristo come vincitore e come re, ma la liturgia non conosce la malinconia. L’evento della passione è di fatto una vittoria, perché ormai Gesù ha vinto la morte e ne ha superato la paura. Ciò spiega perché lo contempliamo mentre entra deliberatamente e coraggiosamente nella città che trama contro di lui.

L’episodio riportato dal vangelo di Giovanni indica chiaramente la circostanza: la folla è venuta a Gerusalemme per la festa ebraica di Pasqua che si celebrerà tra pochi giorni.

I soggetti del racconto sono tre: la folla, appunto, Gesù, i discepoli.

– La folla, assai grande, è composta di gente buona, semplice, devota; gente che si è recata nella città santa in anticipo proprio per “purificarsi”, cioè per vivere la Pasqua con purità cultuale, rituale e morale.

Questa gente soffre per i mali di sempre, per i mali di tutti i tempi: le malattie, la povertà, la disoccupazione, i drammi delle famiglie. Soffre inoltre a causa dell’oppressione politica del proprio paese, dell’oppressione fiscale eccessiva, delle tante corruzioni e ruberie che contaminano la terra. E la sofferenza la porta ad aspettare qualcosa di più e di meglio, a guardare a ogni evento nuovo con speranza; perciò è pronta a entusiasmarsi.

La notizia – riferita nel vangelo di Giovanni al capitolo II- che Gesù ha risuscitato l’amico Lazzaro non può non riaccendere i sogni messianici e la voglia di rivedere Gesù che da qualche tempo si era ritirato e non si mostrava in pubblico.

E, a un tratto, la folla viene a sapere che Gesù salirà a Gerusalemme per la festa. Altre volte era stato nella città santa, ma questa sua venuta, che sarà l’ultima, costituisce un gesto ardito, audace, carico di pericoli. Pochi giorni prima l’apostolo Tommaso, sentendo che Gesù intendeva recarsi a Betania che si trova sulla strada verso Gerusalemme, aveva esclamato: «Andiamo anche noi a morire con lui» (Giovanni 11, 16), perché comprendeva che la vicina città era gravida di minacce per il Maestro. Eppure Gesù arriva, sfidando l’ordine dato dai sommi sacerdoti e dai farisei di denunciare la sua presenza così che potessero prenderlo.

Egli dunque accetta il pericolo, e la folla al vederlo si commuove, gli corre incontro con entusiasmo e con rami di palma. La palma, fin dall’antichità, è segno di vittoria, e veniva agitata in qualche festa ebraica per acclamare Dio, il Dio del cielo e della terra, il Dio che salvava il suo popolo.

Ora questa festa è improvvisata dalla gente lungo le strade, in onore di Gesù che ha fama di essere il rappresentante di Dio: «Osanna!», che significa: «Dona, Signore, la tua salvezza, la tua vittoria»; e poi: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».

L’accoglienza fatta a Gesù, l’acclamarlo come re e Messia, non è una semplice esaltazione religiosa; è un preciso riferimento alle attese culturali e sociali della gente che non ha paura di osannarlo pubblicamente, nella capitale, sotto gli occhi delle autorità perché è ormai stanca di una politica fatta sulla sua pelle da uomini lontani; vuole qualcuno a cui poter dare piena fiducia.

– Che cosa fa Gesù? Non si sottrae a questa manifestazione, come invece si era sottratto in Galilea, dopo la moltiplicazione dei pani, quando erano venuti per proclamarlo re. .
Egli esprime un gesto di umiltà, senza parlare, senza dire nulla: invece di entrare in città a piedi, sceglie di montare sopra un asino, l’animale più umile che ci sia, un animale di servizio, per far capire che la sua non è una regalità di guerra o di dominio, bensì di servizio.

– I discepoli però «non compresero». Da un lato Gesù non spegne l’entusiasmo della folla, come loro potevano pensare avendolo già visto altre volte fuggire; dall’altro lato Gesù non si concede a tale entusiasmo. Forse qualche discepolo sperava che cogliesse l’occasione per mettersi a capo di un movimento popolare e restaurare il regno di Israele contro i nemici.

Gli apostoli intuiscono, in modo generico, che nella vita di Gesù ci sono due parti: nella prima agisce, compie gesti di liberazione dell’uomo, guarisce, opera miracoli, vince le potenze avverse. E la parte che piace anche a noi, che ci avvince e che ci sembra di capire. In una seconda parte – che inizia con la Domenica delle Palme – Gesù non fa nulla per l’uomo, non compie miracoli, non pronuncia discorsi, non si difende.

Infatti, egli accetta il senso religioso dell’entusiasmo della folla che lo acclama, non il senso politico, e opera un attento discernimento che gli apostoli non comprendono. Soltanto più tardi capiranno che entrando a Gerusalemme quel giorno Gesù si era mostrato Re messianico, Signore della storia, però Signore umile e servitore dell’umanità.

È molto importante osservare che Gesù entra in Gerusalemme come un uomo libero, disteso, sciolto, sereno. Libero perché non ha condizionamenti umani, non teme nessuno, nemmeno la morte; la sua è quella sovrana libertà che tutti vorremmo avere. Essere liberi di essere davvero ciò che siamo, nella verità di noi stessi: non avere paura per ciò che altri possono dire o fare di noi. Soltanto un’esistenza libera è capace di amare, di dedicarsi e di donarsi.

Il mistero di Gesù che si va svelando, mistero di umiltà, di sofferenza e poi di gloria, è anche il mistero della nostra vita, se lo accogliamo e quindi lo sperimentiamo a poco a poco.

È il mistero – come dice san Paolo – «nascosto a tutti i potenti di questo mondo; altrimenti non avrebbero crocifisso il re della gloria».

È il mistero – come dice l’evangelista Matteo – «rivelato ai piccoli e ai semplici», a coloro che si trovano in situazione di sofferenza e di oppressione e che percepiscono qual è il vero volto di Dio.

Ma il discorso della passione e della croce, realtà inevitabile nella vita di ciascuno, non costituisce né il primo né l’ultimo passo: sta in mezzo a due momenti positivi di inizio e di conclusione, di creazione e di definitiva salvezza. La croce non è l’ultima parola e per questo è possibile essere nella sofferenza e contemporaneamente nella gioia.

 

Il primato della coscienza

 

Tra i tanti racconti biblici che la liturgia della Chiesa ci propone nei giorni precedenti il triduo del giovedì, venerdì, sabato santo e domenica di risurrezione, ne scelgo anzitutto uno dell’Antico Testamento, tratto dal Libro di Tobia.

Tobi è un ebreo che, nel tempo della distruzione della città di Gerusalemme, viene deportato insieme con altri suoi connazionali in oriente, a Ninive, nelle pianure del Tigri e dell’Eufrate, e là vive come esule una vita modesta e però ricca di speranza.

«Sotto il regno di Assarhaddon ritornai a casa mia e mi fu restituita la compagnia della moglie Anna e del figlio Tobia. Per la nostra festa di pentecoste, avevo fatto preparare un buon pranzo e mi posi a tavola: la tavola era imbandita di molte vivande. Dissi a mio figlio Tobia: “Figlio mio, va’ e se trovi tra i nostri fratelli deportati a Ninive qualche povero, che sia però di cuore fedele, portalo a pranzo insieme con noi. lo resto ad aspettare che tu ritorni”. Tobia uscì in cerca di un povero tra i nostri fratelli. Di ritorno disse: “Padre!”. Gli risposi: “Ebbene, figlio mio”. “Padre, rispose, uno della nostra gente è stato strangolato e gettato nella piazza, dove ancora si trova”. Allora mi alzai, lasciando intatto il pranzo; tolsi l’uomo dalla piazza e lo posi in una camera in attesa del tramonto del sole, per poterlo seppellire. Ritornai e, lavatomi, presi il pasto con tristezza, ricordando le parole del profeta Amos su Betel: “Si cambieranno le vostre feste in lutto, tutti i vostri canti in lamento”. E piansi. Quando poi calò il sole, andai a scavare una fossa e ve lo seppellii. I miei vicini mi deridevano dicendo: “Non ha più paura! Proprio per questo motivo è già stato ricercato per essere ucciso. E dovuto fuggire ed ora eccolo di nuovo a seppellire i morti”» (Tobia 2, 1-8).

Il testo continua poi con la lunga storia delle sofferenze di Tobi, uomo fedele, caritatevole, pieno di attenzione agli altri, che entra in una grande prova dalla quale uscirà soltanto attraverso una serie di eventi tutti raccontati nel Libro.

Il messaggio che giunge a noi attraverso il brano della Scrittura è quello del primato della coscienza. C’è un uomo povero, esiliato, che potrebbe giustamente aver paura di essere nuovamente ricercato e imprigionato; tuttavia, posto di fronte a un fatto che tocca il suo prossimo, un fratello ucciso che nessuno vuole più toccare, egli, obbedendo alla coscienza, lo seppellisce affrontando tutte le possibili conseguenze del suo gesto.

È dunque un gesto che sottolinea il primato della coscienza, il primato di ciò che l’uomo sente dentro inderogabilmente come valore. Sarebbe bello poter seguire questo cammino fino alla descrizione della storia della passione, nel momento in cui Gesù di Nazaret, trovandosi di fronte al sinedrio e interrogato sulla sua identità, obbedisce alla testimonianza della propria verità e si dichiara apertamente Figlio di Dio, affrontando così la morte. Sono sempre elementi dell’identico primato della coscienza. E un aspetto assai importante sul quale mi pare opportuno intrattenerci brevemente perché ritorna vivo nella condizione contemporanea.

Talora abbiamo della coscienza una concezione riduttiva e se ne parla in termini scettici, un po’ deprezzativi, confondendola con il puro soggettivismo: agisco secondo quello che a me sembra giusto, che a me piace o che mi torna utile.

In realtà la coscienza ci fa conoscere quella legge che trova il suo compimento nell’amore di Dio e del prossimo. Una legge fondamentale, messa da Dio nei nostri cuori. La coscienza non è ciò che mi viene in mente; è il principio supremo allargato a misura divina (potremmo chiamarlo il principio della solidarietà, il principio del rispetto dell’altro, il principio dell’onore, del dovere, il principio della coerenza). È Dio stesso come amore, come fedeltà, come garante ultimo di ogni verità, che entra nell’intimo dell’uomo e diviene sorgente di azione e di discernimento. Per questo la coscienza è qualcosa di inviolabile, e tuttavia non è qualcosa di fantasioso, di strano, di imprevedibile. E il riconoscimento del grande comandamento dell’amore di Dio e del prossimo, il riconoscimento dei grandi valori – verità, onestà, giustizia, carità – in quanto sono intuiti, compresi e diventano fonte di vita, di giudizio e di azione, in dialogo con Dio e di fronte a Dio.

Scrive il Concilio Vaticano II: «Nella fedeltà alla coscienza, i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale» (Gaudium et spes, 16). La coscienza non soltanto non è fenomeno di dispersione, ma opera l’unità; in nome della stessa coscienza, credenti e non credenti si mettono insieme per cercare come oggi si possono realizzare valori quali il servizio, l’onore, la lealtà, il rispetto del prossimo.

Spesso si interpreta la coscienza semplicemente come la voce che ci ricorda una legge già fatta, che basta applicare. Ci viene invece detto che la vita dell’uomo presenta situazioni inedite, problemi nuovi, per i quali non è sufficiente appellarsi a una legge astratta, bensì occorre cercare, sulla base del principio fondamentale dell’ amore di Dio e del prossimo e di tutti i valori che ne derivano, quel modo di agire che meglio promuove la vita, serve l’unità tra i popoli, crea relazioni pacifiche; in una costante armonia e in un costante dialogo e scambio tra tutte le persone di buona volontà.

Possiamo allora comprendere perché, per esempio, Giovanni XXIII cominciò a indirizzare alcune sue encicliche, oltre che ai vescovi e ai cristiani, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà. Perché tutti gli uomini hanno in comune questa coscienza, questa percezione di valori.

Di qui la necessità di educare le nuove generazioni a compiere certe scelte e a evitarne altre, a guardarsi da certi comportamenti e ad acquisirne altri. Soprattutto è importante formare la coscienza dei giovani attraverso tutte le istanze di valore autentico della persona (silenzio, preghiera, raccoglimento, riflessione…). Le istanze di massificazione, di frastuono, di considerazione anonima della persona, invece, ottundono la coscienza, impediscono di prendere coscienza di sé, escludono la possibilità di sentirsi e di ascoltarsi.

Noi siamo a una svolta della civiltà occidentale e della civiltà mondiale in cui l’avvenire sarà nella chiarezza delle coscienze.

Il futuro del mondo è nella interiorità. Infatti, poiché il futuro sarà sempre più affidato alle informazioni, alla buona gestione delle informazioni, e poiché tutte le decisioni umane saranno prese a partire da scelte sempre più coscienti e capaci di programmare il futuro, la sorte di questo futuro sarà nella coscienza, nell’interiorità, nella capacità di riconoscere il valore. Se un tempo si poteva pensare di guidare masse con slogan generici, di poterle tenere sottomesse semplicemente con delle imposizioni, oggi abbiamo visto il crollo di sistemi che duravano da decenni; la gente ha ritrovato il senso della libertà, della propria entità e si è ribellata a delle imposizioni puramente esteriori.

Dunque, tutto ciò che migliora l’uomo in forma permanente deve passare per la convinzione interiore, per la coscienza, che si educa, ripeto, attraverso momenti di silenzio, di raccoglimento, di riflessione, e con tutti quei rapporti umani in cui prevalgono la ragionevolezza, l’atteggiamento di vera stima della persona, la promozione dei valori e, da parte di chi esige tali comportamenti, la coerenza, la fedeltà, la lealtà. La coscienza si propaga per contagio. Attraverso personalità di forte coscienza vengono formate persone di coscienza.

Nei giorni che ci avvicinano alla Pasqua, la Chiesa compie certamente un grande lavoro di formazione della coscienza, in quanto invita ciascuno a guardare la coscienza di Cristo, che è la più alta realizzazione dell’interiorità, della coerenza di una morte, della chiarezza dei fini, dell’ampiezza di visione umana e divina dei destini dell’uomo.

La coscienza di Gesù è la più limpida, la più leale, fino al sacrificio della vita; è quella nella quale il mistero di Dio, dell’amore di Dio si traduce in linguaggio umano in maniera inequivocabile.

 

La coscienza oscura di Caifa

 

Dopo il brano del Libro di Tobia, è interessante vedere un brano del vangelo secondo Giovanni che, di fatto, precede quello dell’entrata di Gesù in Gerusalemme, acclamato dalla folla. La liturgia però lo fa leggere nei giorni successivi alla Domenica delle Palme, perché esprime la forte decisione di uccidere Gesù.

«I sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”. Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli» (Giovanni 11, 47-54).

I sommi sacerdoti e i farisei erano molto preoccupati per il fatto che Gesù aveva risuscitato Lazzaro e perciò riuniscono il Sinedrio, la più alta magistratura giudaica, istituita alla fine del II secolo avanti Cristo. Siamo davanti a un testo teologicamente molto denso, forse uno dei più densi di teologia della storia.

– La reazione dei capi del popolo è allarmante, disorientata: che cosa facciamo? se continua così dove andremo a finire?

Prevale quindi l’emotività, la paura; la reazione è priva di analisi oggettiva della situazione. Non c’è nessun ascolto dell’altro, nessun tentativo di rimettere in ordine gli avvenimenti. C’è soltanto l’insorgere di timori che si accavallano, che rimbalzano dall’uno all’ altro durante la riunione.

Le reazioni emotive si caricano reciprocamente fino a lasciare tutti smarriti: «Verranno i Romani, distruggeranno il nostro, luogo santo e la nostra nazione» (Giovanni 11, 48). È il caso tipico dell’impazzimento di un consiglio, di un parlamento, di una sessione pubblica, dove, perso il controllo e il contatto con la situazione reale, le emozioni rimbalzano l’una sull’altra.

In tale situazione interviene il suggerimento di Caifa.

– Le parole di Caifa, apparentemente, tendono a chiarire la situazione, a dare la chiave di ciò che sta succedendo: voi non capite nulla, ve lo spiego io! C’è qui una luce, una soluzione semplice che emerge da tutto questo.

Il suggerimento di Caifa può essere letto e riletto, perché è gravido di contenuti, alla luce della storia precedente del popolo di Israele.

Viene anzitutto in mente il consiglio di Achitofel nella storia di Davide (cfr. 2Samuele 17). Achitofel consiglia ad Assalonne, figlio di Davide, qualche cosa di simile: la situazione è tale che uno deve morire per tutti. In realtà, colui che deve morire, secondo il consiglio di Achitofel, è lo stesso padre di Assalonne! C’è già una proiezione messianica: uno dovrebbe morire per tutti affinché il popolo abbia pace.

Risalendo più indietro nella storia biblica, possiamo percepire la natura diabolica del consiglio di Caifa, confrontandolo con la suggestione del serpente nel paradiso terrestre. Il serpente parla a Eva partendo da una falsa ipotesi: Dio vi ha comandato di non mangiare di nessun albero. Pone quindi un elemento di emozione, di ripulsa. E ne deriva una falsa tesi: In realtà, se voi mangiaste di questo frutto diventereste come dèi.

Analogamente, il ragionamento di Caifa parte da una falsa ipotesi, da un falso dilemma: bisogna sacrificare o uno solo o tutto il popolo.

Comprendiamo quanto questo dilemma abbia di vergognoso ricatto, perché pone di fronte a quelle situazioni in cui qualunque cosa si scelga si va a cadere nell’ angoscia mortale.

Preferisci che muoia uno o tutto il popolo?

Come si fa a rispondere a una simile drammatica domanda?

La diabolicità del consiglio sta proprio nello spingere in un vicolo cieco, per cui, per uscirne, bisogna alla fine avere l’apparenza di scegliere il minore male.

Dal falso dilemma si giunge alla falsa tesi: Se ucciderete quest’uomo, non verranno i Romani!

Il suggerimento di Caifa si colora di aperture politiche, di necessità di stato, di necessità di sopravvivenza, e coinvolge passionalmente la gente così legata al proprio popolo, ricattandola in ciò che ha di più vivo.

Pur se i rappresentanti non sono forse molto degni, è certo che amano il popolo, la nazione e non vogliono assumersi la responsabilità di andare contro all’avvenire, al futuro della loro gente. Ma sono appunto intrappolati in un diabolico ragionamento: se volete salvare il popolo, sarà necessario sacrificare Gesù.

Siamo di fronte alle vie di satana, che ci muove verso vicoli ciechi, ci confonde con emozioni improprie, ci impedisce di prendere contatto con la realtà e di considerarla sobriamente, e alla fine ci pone davanti ad azioni che appaiono sì non buone, ma inevitabili per ragioni più alte.

– Dopo il drammatico consiglio di Caifa, ci stupiamo ancora di più per il commento dell’evangelista.

Giovanni non lo fa in senso morale, come noi ora cerchiamo di fare (è un consiglio malvagio, ricattatorio). Il suo è un salto teologico, dottrinale inatteso e insperato: «non da se stesso… profetizzò».

C’è un piano di azione che è quello delle contingenze umane, dove avvengono cose vergognose, innominabili; parallelamente e non prescindendo da esso, corre il piano della provvidenza di Dio.

Per questo dicevo che un simile brano è una delle più dense elevazioni di teologia della storia.

Lungo il piano delle contingenze umane, anche errate, corre il piano della provvidenza salvifica, del disegno divino. Accanto al consiglio diabolico c’è il consiglio di salvezza. È con un tale legame che addirittura il consiglio umano di Caifa assurge al rango di profezia, pur se il termine ha, in certo senso, un significato ironico, quasi sarcastico, ma reale. «Non da se stesso disse queste cose», bensì in virtù del suo ufficio, della sua capacità di capo del popolo.

C’è un grande rispetto per le funzioni gerarchiche, una grande attenzione all’ ordine delle situazioni, che la potenza di Dio non rovescia immediatamente e utilizza per il suo fine.

«Profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Giovanni 11,51-52).

Non si potrebbe esprimere con parole più forti il senso dell’agire di Gesù e la teologia della redenzione.

«Morire per la nazione» è l’espressione che nel «Credo» è stata trasmessa: «Per noi morì», per la nostra salvezza.

E lo fece «per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi». Dovremmo meditare a lungo su queste parole, partendo dal termine greco: congregare, mettere in unità.

Vengono alla mente altre parole di Gesù: «Gerusalemme, quante volte ho voluto radunare i tuoi figli come la gallina raduna i suoi pulcini e non mi avete ascoltato» (Matteo 23, 37; Luca 13, 34). Oppure la parabola della rete misteriosa gettata nel mare, che raduna tutti i generi di pesci per la pienezza dell’ultimo giorno (Matteo 13, 47). O ancora: «Dove sono due o tre radunati nel nome mio, io sono in mezzo a loro» (Matteo 18, 20).

Gesù tende a mettere insieme le persone, a radunarle in unità, e questo è il suo disegno, che potremmo chiamare storico, non soltanto teologico o spirituale: radunare tutti i popoli in unità, fare una sola cosa di tutti. Tale disegno ha le sue radici nella visione di unità che parte dall’Antico Testamento, per esempio il cap. 31 di Geremia: «Ecco, io li riconduco dal paese del settentrione, li raduno dall’estremità della terra» (v. 8). Già la versione greca dei LXX aveva aggiunto, di questo brano famoso del profeta: «Li raduno dalle estremità della terra nella festa di pasqua». Nella tradizione greca il radunare i dispersi aveva un legame con la festa di pasqua.

Noi comprendiamo perciò lo sfondo teologico, messianico, salvifico, nel quale vengono pronunziate e raccolte dall’ evangelista le parole di Caifa: la Pasqua è prossima e, nel momento in cui si consuma un delitto politico, civile, sociale Dio raduna il suo popolo secondo la promessa, nel suo Figlio, nell’unità della sua vita e della sua morte, in un’unità che sarà come quella del Padre col Figlio. «Così che essi siano una cosa sola, come tu, Padre, in me e io in te» (Giovanni 17, 21).

– Come risposta alla visuale altissima dell’evangelista, c’è una frase drammatica che ci richiama alle parole del prologo: «Venne tra i suoi ma essi non l’hanno accolto» (Giovanni l, 11). Qui si dice: «Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Giovanni 11, 53).

La luce e le tenebre, la vita e la morte, l’unità e la divisione, la volontà di comunione e l’opposizione totale a questo desiderio di unità.

– La frase con cui termina il brano (Giovanni 11, 54) ci insegna che, alla vigilia di eventi drammatici che lo riguardano strettamente, Gesù sente il bisogno, ancora una volta, di ritirarsi in silenzio, per un momento di familiarità con i suoi, così da affrontare con pienezza di coscienza i giorni che lo attendono.

Noi pure abbiamo bisogno di silenzio e di raccoglimento per capire se siamo davvero dalla parte di Gesù o dalla parte di coloro che, confusi e smarriti dalle esigenze della fede, non riescono più a riconoscere e a vivere la verità.

 

+ Carlo Maria Martini