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Meditazione Sab 13 Marzo

Meditazione Sab 13 Marzo

Meditazione Sab 13 Marzo 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

L’umiliazione: un cammino fecondo

 

Luca 18, 9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

 

 

 

Fin da bambini ci hanno insegnato un proverbio: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. È un detto saggio perché poi la vita ci dà molti esempi che corroborano tale proverbio! Infatti, l’orgoglio, l’ira, la presunzione, la pigrizia e molti altri vizi ci portano a chiuderci e a prendere come metro di riferimento il nostro «io». Uscire da questo vicolo cieco non è semplice e si possono individuare due grandi possibilità: l’esame di coscienza e il servizio al fratello e alla sorella soprattutto quando si trovano nel bisogno.

Il Vangelo di oggi ci pone di fronte a questo ostacolo: la sordità! Un fariseo – come può succedere anche a noi -, si trova in una vita regolare: prega, ha delle attività, soffre e gioisce. Il fariseo è un uomo che vede gli altri nel loro agire e li giudica in base a cosa è lecito e cosa non è lecito, e lo stesso fa con sé: valuta anche il proprio agire in base alla liceità. In tal senso il pubblicano è in chiaro sfavore, il suo lavoro è a dir poco da traditore: raccoglie tasse dal suo popolo per l’Impero occupante e su quelle tasse si prende una parte per arricchirsi. Se il metro di misura fosse ciò che è lecito sarebbe presto detto: il fariseo fa ciò che è giusto mentre pubblicano no, eppure Gesù dice che è il secondo a tornare a casa giustificato: perché?

Bisogna ricordare che Gesù introduce questa parabola nel discorso che inizia al versetto 1 del capitolo 18, quando parla della necessità di pregare senza incattivirsi e con insistenza, come la vedova che va dal giudice per avere giustizia (cf. Lc 18,1-8). La preghiera per Gesù non è il semplice atto orante, mentale o spirituale che sia, ma è atto relazionale con Dio e con gli altri; dunque la relazione è il metro di misura vero per non cadere nella “presunzione”.

Proprio il tema della relazione fa sì che il pubblicano sia un peccatore pubblico, tutti siamo peccatori, ma alcuni riescono a esserlo di nascosto e magari si prestano a giudicare ipocritamente gli altri, altri lo sono pubblicamente. Gesù sa che i peccatori pubblici sono quelli che sono più desiderosi di un cambiamento, infatti afferma: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31).

Se ci è capitato, sappiamo bene che quando si è nella situazione di sfavore, quando i peccati ormai sono emersi e ci segnano l’esistenza, le parole vengono a mancare, infatti il pubblicano dice davvero poco: «O Dio, abbi pietà di me peccatore», sembra il respiro rubato di uno che sta soffocando, è una relazione essenziale: non mi resta che fidarmi e mi fido, mi conosci!

Questa relazione scarna, spoglia ed essenziale, basata sul proprio respiro, sulle proprie necessità, fatta di debolezze più che di certezze è quanto possiamo ottenere attraverso l’esame di coscienza che è un esercizio di memoria e di lode, chiedendo la grazia di conoscere i propri peccati ed eliminarli, chiedendo perdono a Dio. Riconoscere quanto Dio è presente nella mia vita mi aiuta nella familiarità con Lui, togliendomi piano piano dall’autoreferenzialità.

Siccome però siamo abili sofisti l’esame di coscienza rischia di diventare uno specchio che mi dice che sono “io il più bello del reame”! Per questo è l’incontro con gli altri, soprattutto i più bisognosi, che ci permette un atto di spogliazione del nostro ego. Non è per nulla semplice servire chi ci è affidato: parenti, confratelli, amici, poveri, perché non è un mondo per nulla romantico, né tanto meno segnato da gratitudine reciproca, si tratta di un processo di umiliazione, proprio come dice Gesù: «perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato», ma che troviamo anche in Luca 14,11 e nel Magnificat.

Non s’intende essere umili nel senso di atteggiarsi, ma accogliere le umiliazioni, assumendole nella fede: nell’incontro con l’altro verifico – purifico la mia relazione con Dio, perché sarò in grado di donare quanto ho ricevuto. Nella relazione con l’altro che non scelgo, e può essere anche il marito o la moglie quando invecchiano o si ammalano, il mio “io” non è più sufficiente. Una relazione vissuta pienamente con Dio renderà l’umiliazione un cammino fecondo e non un cammino da schiavo, altrimenti servirò mio fratello e sorella pensando di essere un re travestito da servo!

Mi chiedo oggi: dove sono i miei luoghi di umiliazione? Come li sto vivendo? Sono “sordo” al mio peccato? Non temo se li sto vivendo male, ma dirò a Dio: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.