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Resistete saldi nella fede

Oggi, festa di san Marco Evangelista, la liturgia propone la prima lettera di Pietro (5, 5-14).
Vi è un’espressione su cui possiamo sostare in preghiera, applicando a noi questa esortazione dell’Apostolo: «Resistete saldi nella fede sapendo che i vostri fratelli sparsi per il mondo subiscono le stesse sofferenze di voi».
Marco è in modo speciale l’evangelista della fede. Il suo vangelo è costruito su due professioni di fede: quella incompleta di Pietro che riconosce Gesù come il Cristo (Mc 8, 29) e quella più alta del Centurione che riconosce proprio l’uomo Crocifisso come il Figlio di Dio (Mc 15, 39).
La preoccupazione di Marco non è tanto di sviluppare l’insegnamento del Maestro, quanto la manifestazione del Messia crocifisso.
Presenta Gesù fra persone che, dopo un primo entusiasmo lo rifiutano; con i Dodici, scelti per essere con lui, che non capiscono, hanno il cuore indurito, chiuso al suo messaggio e alla sua persona.
Pietro stesso che riconosce in Gesù il Messia ma non ne vuole accettare il cammino, perché è cammino di croce. Il messaggio della fede si sviluppa nella prova.
Centro del Vangelo di Marco è l’atto di fede del centurione pagano che è capace di riconoscere in Gesù morente, confitto sulla croce, il Figlio di Dio.
L’evangelista ha compreso la realtà profonda dell’itinerario doloroso di Gesù e la presenta alla luce della fede, definitivamente consolidata dalla risurrezione.
Il suo Vangelo ci aiuta allora a vivere la nostra fede a nutrirla nella sofferenza, ad appoggiarla unicamente su Cristo senza cercare prove umane.
Possiamo chiedere per intercessione di san Marco questa fede robusta che non si spaventa della realtà nella quale si attua, che non si adagia in sogni illusori di tranquillità e di trionfi, ma rimane salda nella certezza che «Dio ha cura di noi» e che, «avendoci chiamati alla sua gloria eterna in Cristo, ci esalterà al tempo opportuno».

 

Potremmo, però, sostare in preghiera anche sulle letture che la liturgia ci avrebbe proposto in questo secondo sabato del Tempo di Pasqua, che hanno sempre al centro la fede nella tempesta e nella fatica della storia.
Nel libro degli Atti, al capitolo 6 si narra il malcontento degli ellenisti verso gli Ebrei; si tratta di una discriminazione all’interno della comunità, che avrà come conseguenza il servizio della carità affidato a sette uomini definiti diaconi, cioè servitori.
Per comprendere meglio il testo è necessario però spostare l’attenzione sulla cornice in cui l’episodio è narrato.
All’inizio e alla fine Luca constata che il numero dei discepoli che aderiscono alla fede aumenta, nonostante i contrasti interni alla comunità.
Questo avviene perché la parola di Dio si diffonde largamente.
È un motivo caro a Luca: tutto quello che accade nella Chiesa e nel mondo, avviene in virtù della Parola.
La Parola annunciata e accolta è la protagonista del libro degli Atti; possiamo leggere questo libro della Scrittura avendo in filigrana proprio la Parola.
Questo apre il cuore alla speranza: nonostante i dissensi interni alla comunità cristiana, che c’erano ieri, ci sono oggi e saranno anche domani, se al centro della vita comunitaria c’è la Parola non dobbiamo temere.

In questo episodio i contrasti invece di chiudere nello sterile chiacchiericcio, nell’accusarsi reciprocamente dilatano lo spazio della carità con l’invenzione di un ministero nuovo, quello dei sette.
Ancora una volta è importante la motivazione: i diaconi/servitori si occuperanno della carità perché gli Apostoli siano più liberi di annunciare la Parola e diffonderla ai quattro angoli della terra.
Anche il Vangelo di Giovanni, che è quasi una pausa tra il segno dei pani e il lungo discorso che poi Gesù farà, parla di un contrasto che insidia la comunità: il mare agitato a causa del vento che si abbatte sulla barca dei discepoli. Qui è importante la conclusione: quando Gesù sale sulla barca tutto volge verso il suo fine.
Questo episodio lo possiamo leggere alla luce del mistero di morte e risurrezione del Signore, di cui è in qualche modo un anticipo.
Il mare è spesso nella Scrittura simbolo del male, qui sottolineato dal fatto che è anche sera e che la meta del viaggio è Cafarnao, dove Gesù si scontrerà con le forze demoniache che tengono soggiogato l’uomo.

Se nel mare agitato l’uomo annega, Gesù invece domina le acque camminando sul mare – chiara immagine dell’esodo – perché è vincitore della morte e del peccato.
In un racconto parallelo ricordiamo che Gesù dà anche a Pietro la possibilità di camminare sulle acque; e se egli non vi riesce è perché dubita che la Vita sia più forte della morte.
Di fronte alla paura dei discepoli, la stessa provata durante la passione, Gesù invita a non temere, a resistere saldi nella fede. Sono le stesse parole del Risorto alla comunità timorosa nel Cenacolo.
Quando questa comunità accoglie la pace del Crocifisso-Risorto, quella pace che scaturisce dalla croce dove si manifesta il Figlio e il nostro essere amati in Lui, allora raggiungono il loro fine: essere con il Signore vincendo la paura della morte.

Chiediamo al Signore di riconoscerlo nella nostra vita quando si presenta come colui che cammina sul mare, senza aver paura di abbandonarci a lui con fiducia.