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La diversità come possibilità di comunione

 

Ci avviciniamo alla Solennità di Pentecoste e la liturgia ci propone gli ultimi testi del vangelo di Giovanni. Anche questo (Gv 21, 20-25), come quello di ieri, è un brano particolarmente interessante dal punto di vista redazionale. Le parole “Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera” intrecciano ben tre livelli del racconto: la storia narrata, la testimonianza che il discepolo ne dà e il “noi” dell’attenta comunità giovannea che accoglie questa testimonianza e la lascia sedimentare nella sua esperienza di fede e nella relativa trasmissione scritta.

Soffermandoci sui due coprotagonisti del testo, Pietro e Giovanni, proviamo a darne una lettura ecclesiologica. Pare, evidente ormai, come dietro a Giovanni e, probabilmente, al discepolo amato, quello che siede accanto al Signore durante la cena di commiato dai suoi, ci stia tutta quanta la comunità giovannea, con le sue caratteristiche, le sue tradizioni, la sua cornice storica e culturale all’interno del nascente cristianesimo. Diamo per scontato anche che Giovanni, il testimone e fondatore di questa Chiesa, all’epoca della scrittura di questo testo, potesse essere già morto. Per la stessa ragione, dietro Pietro potrebbe celarsi l’intera Chiesa di Roma, che la Tradizione riferisce essere stata fondata proprio da lui.

Se così fosse, questo brano legittimerebbe l’esistenza di “Tradizioni” ecclesiali, al plurale, distinte e distinguibili sin dall’inizio della storia della Chiesa.

Ma, ancora più importante di questo aspetto ne individuo un altro, di carattere più intimo e personale: il continuo confronto con gli altri nel quale passiamo la vita. Dal punto di vista della narrazione, questo mi sembra emergere con chiarezza. E nella nostra esperienza, seppure alcune letture antropologiche lo riferiscano alla sola adolescenza, il confronto con gli altri resta, in realtà, una prassi più o meno costante a tutte le età. Lo è sul lavoro, nella vita sociale, a scuola, sul piano economico, perfino tra i nonnetti e le nonnette che mostrano orgogliosi e orgogliose le foto dei nipotini a quanti hanno intorno.

Sembra banale, ma non è casuale una interpretazione di questo tipo alla vigilia della Pentecoste, che, in ordine al cristianesimo, è la festa della pluralità e della differenziazione.

L’originalità di ciascuno non si basa semplicemente sullo specialissimo dono d’esistere che esattamente a ciascuno Dio ha fatto. Questa sola affermazione farebbe estrinseca la responsabilità della qualità della vita di ciascuno. In altri termini, il colpevole della diversità sarebbe Dio.

Piuttosto, sarebbe bene parlare di responsabilità condivisa, perché il “cosa farne” della vita che ci è data spetta a ciascuno di noi. La nostra è una autentica e personale avventura di libertà, anche in quei casi segnati dal male, dalla morte, dalle difficoltà, ad esempio, di salute, dai mille drammi non voluti all’interno dei quali chiunque tra noi può, sin dall’inizio, venire alla luce o, magari, ritrovarsi durante il tempo a lui dato.

Rispetto a tutte queste cose, Pentecoste rimanda davvero a Pasqua: sconfitta la morte e, allo stesso modo, la paura di essa – paura che supera ogni altra -, ciascuno di noi può vivere, se lo vuole, nell’esaltazione della propria singolarità. 

 

Spunti di riflessione:

  •  La mia “differenza” riesce a coesistere con le altre intorno, trovando, di volta in volta, sufficiente equilibrio?
  •  Sono riuscito ad integrarla nella mia identità complessiva senza considerarla semplicemente, in tutto o in parte, come scomoda?