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Vivere di ciò che si è capaci di donare

 

Quest’ultimo affresco conclude il cap. 12 del Vangelo di Marco e, in qualche modo, ne fa sintesi. Finora avevamo visto sfilare davanti a Gesù tutta la intelligencija di Israele, tutte le categorie colte del suo tempo e in controversia con lui. Oggi, il brano della vedova che consegna “tutto quanto ha per vivere”. Significativa conclusione del capitolo!

La vedova diventa immagine di quanti non solo non hanno gli strumenti intellettuali e culturali delle Istituzioni Religiose formali, ma anche, e soprattutto, di chi, da questa carenza, non si lascia fermare, e vive esattamente di ciò che è capace di donare.

La vita di fede non viene qui manifestata con un affastellato mucchio di titoli, pubblicazioni, varia operosità, riconoscimento pubblico. Si tratta del rumore flebile che due monetine fanno in un cumulo. La “semplice fede dei semplici”.

Non voglio apparire banale: non si tratta di una fede incapace di ragionare o che, volutamente, mette al margine titoli, pubblicazioni e riconoscimenti.

La questione è un’altra. Il dubbio, l’indagine, la ricerca fanno parte dell’azione credente, ma solo nella misura in cui smuovono l’intimità più profonda, coinvolgono esistenzialmente e appassionano per intero quanti, in questo dubitare e ricercare, decidono di giocarsi tutta la vita.

Il cristianesimo non coincide con una sorta di buonsenso borghese che “misura” o “pesa” la fede come si misurerebbe una stoffa o si peserebbe un sacco di patate. È la via dei coraggiosi che, seppur tra mille limiti, sfidano l’incerto rinunciando alla sicurezza dei mille controversi equilibri anestetizzanti che la vita, oggi soprattutto, propone a tutti noi.  

 

 

Spunti di riflessione:

  • Cosa evoca in me l’immagine di questa vedova?
  • Quali “monete” della mia tasca sono desideroso di gettare nel grande “Tesoro del Tempio”? Cosa di mio voglio realmente scommettere per Cristo? Mi faccio consapevole della scommessa stessa che Cristo ha fatto per me: la sua stessa vita…