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Perché viene guarito proprio Naaman, il siro (Aram è il nome biblico dell’attuale Siria)? Uno straniero, un pagano, per giunta un generale dell’esercito che aveva sconfitto gli israeliti. Perché il profeta Eliseo non guarisce piuttosto i lebbrosi che sono tra il popolo di Israele? È il popolo dell’Alleanza, che crede in Adonai, il Signore, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe: non ha la precedenza, essendo stato scelto fra tutti gli altri?

È la stessa domanda critica nascosta nel cuore e nella mente dei concittadini di Gesù e che lui affronta esplicitamente quando va a predicare nella sinagoga di Nazaret. I Nazaretani si aspettavano di essere privilegiati, avendo una familiarità con Gesù che nessun altro poteva vantare: lo avevano visto crescere. Si aspettavano di vedere gli stessi segni – esorcismi e guarigioni – che avevano accompagnato il primo annuncio della Buona Notizia attorno al lago di Tiberiade (anche detto di Genesaret o di Galilea): se Gesù aveva operato così per degli estranei, quanto più per loro!

Purtroppo non capiscono che proprio perché si conoscono fin dall’infanzia, Gesù si aspetta da loro una fede più forte, più pura e gratuita, capace di andare oltre i segni eclatanti. Tanto più che essere familiari di Gesù non è un privilegio esclusivo, perché la sua famiglia non si basa sulle relazioni di sangue, ma di fede: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21).

Gesù è più esigente con chi ha maggiore familiarità con Lui: si aspetta di essere compreso e supportato nel suo rivolgersi a quelli di fuori, ai lontani, “alle pecore perdute della casa di Israele” (Mt 15,24). È la “chiesa in uscita” che tanto sta a cuore a papa Francesco.

Una comunità di credenti che dovrebbe essere così familiare con il Signore da non cercare segni ed evidenze per sé, ma per tutti gli altri, per i lontani, i non credenti, persino i nemici, com’era Naaman. Perché è il bene ricevuto sapendo di non meritarlo che converte il potente arameo, pronto a pagare qualunque cifra pur di essere guarito. La potenza dei suoi mezzi non vale nulla davanti a Dio, non si può comprare o conquistare la sua grazia: Eliseo chiede gesti di fede umili e semplici, alla portata di tutti e soprattutto non chiede nulla in cambio. Questa gratuità spiazza Naaman, ricco e superbo, mentre viene compresa dai servi, che si rivelano più saggi di lui.

Invece Gesù non trova questa comprensione, questa accoglienza gratuita fra i suoi: “E si meravigliava della loro incredulità” – ci dice Marco riportando lo stesso episodio – per cui “lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì” (Mc 6.5-6).

Siamo troppo abituati a ragionare in termini di merito, di colpa e punizione per capire il cuore di Dio, che “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45). Un Dio così ci spiazza quando sembra non premiare la nostra presunta virtù e fedeltà, o non punire chi ci fa del male. Possiamo capire il suo modo di sentire, pensare e agire – il modo del Padre – solo se poniamo anche noi nel nostro cuore il desiderio di una profonda comunione e solidarietà far tutti gli uomini, nostri fratelli e sorelle al di là del merito o meno, della bontà o meno e così via.

E se non capiamo per fede quanto siamo fortemente uniti gli uni agli altri e chiamati ad essere solidali al di là di ogni distinzione, frontiera, muro di divisione, che almeno lo comprendiamo dagli eventi sotto i nostri occhi: “Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di discernere i segni dei tempi?” (Mt 16,3).

Il virus non fa nessuna distinzione fra gli uni e gli altri, lo si può arginare e debellare solo modificando i comportamenti, individuali e sociali, agendo solidarmente. In termini spirituali si tratta di quella conversione che Gesù chiede fin dall’inizio a tutti: “convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15) e ancor più ai suoi nella sinagoga di Nazaret, perché: “Com’è vero che io vivo – oracolo del Signore Dio –, io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva” (Ez 33,11).