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Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue

La Parola di Dio di oggi culmina con una nota che, presumibilmente, viene dalla mano di uno dei più attendibili redattori del Vangelo di Giovanni, e che ci offre le coordinate geografiche e contestuali del lungo dibattito raccontato nel capitolo 6 di questo stesso Vangelo: la Sinagoga di Cafàrnao.
Questa indicazione di luogo dà spunto per una composizione di luogo: entrare nella scena attraverso l’immaginazione e assumere il ruolo di uno qualsiasi dei personaggi che lì potevano stare, ascoltando e “vedendo” quanto stava accadendo.
Così facendo, possiamo, forse, intendere meglio la reazione “aspra” degli uditori.
Le frasi di Gesù, infatti, potrebbero essere accusate, se prese letteralmente e fuori contesto, addirittura di cannibalismo e di antropofagia. Questo accadde realmente nei primissimi tempi di vita della Chiesa, durante i quali i cristiani, in qualche caso, vennero accusati davvero di mangiare carne umana.
Comprendendo, quindi, la delicatezza dell’argomento, possiamo provare a soffermarci sul perché Gesù abbia scelto proprio queste immagini e queste espressioni. Pane e vino sono, in questo orizzonte, parte integrante della dieta mediterranea come anche delle stesse culture che ivi fioriscono. Fortissima è, evidentemente, la loro carica simbolica.
Mi permetto di sottolinearne qui soltanto un paio di aspetti fondamentali di questa carica simbolico-evocativa. Il pane è, inequivocabilmente, ciò che dà forza, energia, sostegno alla fatica dell’uomo, mentre il vino è espressione della gioia, della festa e dell’ebbrezza.
Esattamente queste due dimensioni, il bisogno di un sostegno nel cammino e l’esigenza di una felicità piena e duratura come fine, caratterizzano la vita umana in ogni momento del suo sviluppo. Gesù, pertanto, individua, in questi alimenti, quanto serve per affrontare la vita di ogni giorno.
Ma fa anche di più: li eleva ad una dignità spirituale e, in questo modo, a ciò che sazia non solo fisicamente ma anche spiritualmente l’uomo, inserisce la relazione che lega lo stesso Figlio al Padre.
All’interno di questa relazione, come è accaduto per Cristo, si ritrova l’orizzonte opportuno per dare senso e pienezza all’intera vita e identità umane. È nella relazione con il Padre che Gesù stesso, infatti, si autocomprende e comprende la sua missione. L’identità di “Figlio di Dio Padre”, come ci ricorda tanta teologia, è il luogo a partire dal quale Cristo si muove, sin dalla più tenera età.
Mangiare il suo corpo e bere il suo sangue, in modo quasi organico, ci mette, quindi, a parte della sua stessa vita. Questa affermazione ha ricadute che vanno ben oltre la dimensione sacrificale dell’offerta di sé che Gesù fa per la vita del mondo: ci spingono sino alla volontà di pienezza che si cela dietro questi doni. Non muore solo per darci la vita, quasi fosse mosso dal solo eroismo, ma si incarna, vive e muore affinché questa vita che è una e che ci è donata sia anche piena, abbondante, bella, felice. Invertendo legittimamente i termini di questa espressione otteniamo che l’abbondanza di vita e felicità dell’uomo sono la ragione che spinge Dio non solo a farsi carne nel Figlio ma anche a dare, per questa ragione, la sua stessa vita.
La felicità dell’uomo vale, quindi, la vita di Dio.

Spunti di riflessione:

– Riconosco di aver fatto e fare mio questo senso di pienezza e di gioia di cui il Vangelo di oggi mi parla?

– Quali sono i luoghi del mio quotidiano in cui sperimento maggiormente questa felicità e questa pienezza? Sento di voler ringraziare per queste esperienze concrete di salvezza?

– In quali altri luoghi, invece, sperimento chiusura e tristezza? Cosa intendo farne?