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Meditazione Ven 11 Dicembre

Meditazione Ven 11 Dicembre

Meditazione Ven 11 Dicembre 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

La sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere

 

 

Matteo 11, 16-19
In quel tempo, Gesù disse alle folle:
In quel tempo, Gesù disse alle folle: «A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto! È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».

 

 

 

Continuiamo, in questa seconda settimana del Tempo di Avvento, a farci accompagnare dall’icona di Giovanni il Battista, il cugino di Gesù, icona che ci è stata offerta nella Seconda Domenica d’Avvento: questi, da un lato, ha saputo preparare la strada a Gesù e, al tempo stesso, è rimasto spiazzato dalla bellezza del suo annuncio (Mc 1,1-8).

Il Vangelo ci ricorda la serietà del nostro cammino, una profondità di vissuto complesso ben descritta con l’immagine del ballo al suono del flauto, per ricordare i momenti festosi della vita, e del battersi del petto al canto del lamento, per ricordare i momenti faticosi della vita.

A ricordarci questa complessità e a darci speranza, rispetto ad essa, contribuisce anche questo tempo liturgico dell’Avvento.

In che modo curiamo la nostra speranza?

Quali sono le attenzioni cui ricorriamo?

Il Vangelo ci mette in guardia anche dal rischio dell’abitudine, ragion per cui anche una speranza così bella rischia di scivolarci addosso, e ci mette in guardia dal rischio di accampare tante possibili giustificazioni (“è un mangione e un beone”, “è un indemoniato”, “è un amico dei peccatori”, “non insegna per il nostro bene”, “non ci guida per la strada su cui dobbiamo andare”: pensiamo alle tante modalità emotive con cui affrontiamo i dibattiti) per non farne tesoro, col paradosso di fare del male a noi stessi, un vero e proprio autolesionismo spirituale.

Il Vangelo ci dice che queste giustificazioni, nell’apparenza ragionevoli e argomentate, sono ingannevoli e portano a privarci della speranza.

Che ruolo ha l’abitudine nel mio cammino?

Quali sono le giustificazioni che rischiano di ingannarmi e privarmi della speranza?