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La gratuità dell’amore

 

Torniamo oggi al cap. 5 del vangelo di Matteo e ci ritroviamo ancora all’interno del rapporto tra la Legge mosaica e la novità rappresentata da Gesù stesso. Se, da un lato, il Vangelo ne afferma l’assoluta continuità, Gesù propone le sue parole come nuova chiave interpretativa dell’intero antico patto e lo fa in due direzioni davvero interessanti.

Da un lato, guardando al contenuto del suo discorso, chiama in causa la sensualità umana (la vita di coppia, il desiderio, la vista, il tatto…), ossia il luogo in cui, con maggiore evidenza, si trasforma il donare e donarsi in afferrare, “arraffare” e “arraffarsi” reciprocamente. Dall’altro lato, in modo trasversale, sventa le ipocrisie e le interpretazioni false, che intendono, attraverso stratagemmi giuridici o dialettici, aggirare le esigenze della Legge mosaica e mascherare il disordine con l’apparenza di un ordine “mitigato”, aggiustato.

Perché lo fa? Vuole, forse, moralisticamente, spingerci verso un volontarismo e una rigidità che, probabilmente, non saremo mai in grado di reggere?

No. Non esige il nostro volontarismo. Ci invita piuttosto ad essere autentici e a non semplificare la valutazione sul nostro abituale agire con mille giustificazioni, mille “ammorbidimenti” e mille scuse che regolarmente accampiamo.

L’autenticità a cui ci invita suona come una supplica: “Signore non riesco. Non ce la faccio!”

Solo l’ammissione di questa incapacità ci giustifica, nel senso che lui, unico Giusto, ci fa giusti tutti quanti in forza dell’abbandono fiducioso a lui.

In questo Cristo si fa interprete della Legge. Non a parole, ma con l’intera sua vita e il mistero stesso della sua morte e resurrezione. Non esiste altra interpretazione della Legge e dei comandamenti che la sua morte e la sua resurrezione in nostro favore. Non abbiamo altro. Nella speranza crediamo e confessiamo che è lui il Salvatore, l’uomo che, proprio in quanto uomo, volle il cielo per ogni uomo e, in quanto Dio, questo stesso scelse e concesse, morendo e risorgendo.

Non siamo, quindi, di fronte a codici morali o a regolamenti che ci irrigidirebbero, ma al culmine stesso della storia della salvezza: l’amore suo per noi nell’ammissione spesso dolorosamente sconfitta del nostro inutile volontarismo.

 

 

Spunti di riflessione:

  • Nel mio agire quotidiano lascio sgorgare i miei sforzi dalla misericordia di Dio o inverto piuttosto il rapporto: ricevo misericordia perché mi sono ben comportato? È la conversione, in altri termini, che mi porta alla liberazione dal peccato o è esattamente il contrario: la liberazione gratuita e preventiva di Dio che mi porta alla sempre nuova conversione del cuore?