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Avete fatto della casa di Dio un covo di ladri

 

 

Luca 19, 45-48
In quel tempo, Gesù, entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, dicendo loro: «Sta scritto: “La mia casa sarà casa di preghiera”. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo.

 

 

 

Nel Vangelo di ieri Gesù piangeva su Gerusalemme perché non ha saputo riconoscere la sua venuta come quella del Messia che porta la pace. E oggi vediamo il motivo principale per cui questo non avviene agli occhi di Gesù: proprio il Tempio, luogo privilegiato dell’incontro fra Dio e gli uomini, casa di preghiera, cioè luogo di massima intimità del Padre con i figli, è stato trasformato in un covo di ladri. Gli interessi economici hanno deturpato la santità del Tempio e purtroppo viene subito in mente il parallelo con quanto avvenuto di recente in Vaticano.

Quando Gesù invia i suoi discepoli ad annunciare il Vangelo gli dice, tra l’altro, di non prendere borsa e di vivere di quanto gli viene offerto da chi li accoglie (cfr Lc 10,1-12). Questo modo di evangelizzare è sostanziale, non può essere solo una forma, un’apparenza di povertà, perché il suo senso è di vivere sempre in dipendenza dalla volontà di Dio, sperimentare il suo prendersi cura degli operai inviati nella messe e soprattutto, quindi, che l’opera non è nostra, ma sua per mezzo di noi: siamo servi senza utile, ci diceva Gesù qualche giorno fa (cfr Lc 17,10).

Il corretto uso dei beni – che pure servono ad annunciare il Vangelo – è forse uno dei punti più critici dell’opera di evangelizzazione della chiesa, perché sempre la espone alla sottile tentazione – difficilissima da discernere – di accumulare con l’intento di distribuire, di tenere per poter “fare la carità”. Non solo, ma anche la dipendenza dai benefattori può privarla della parresia, la libertà di parola, necessaria per annunciare il Vangelo quando denuncia il male fatto talvolta anche da chi dona, ma senza vera carità, come ci insegna san Paolo (cfr 1Cor 13). Non a caso papa Francesco all’inizio del suo ministero pontificio ha esordito dicendo: “Come vorrei una chiesa povera per i poveri!”.

Quel Tempio di Gerusalemme, che era diventato un covo di ladri, fu distrutto e il primo cristianesimo ne seppe fare a meno: si diffuse circolando nelle sinagoghe e nelle case, con l’effusione dello Spirito santo sugli apostoli e su tanti discepoli, facendo di ogni credente un tempio. Ma poi le basiliche divennero i nuovi templi e si ricostruì in parte, anche se su basi nuove, quello che Gesù aveva criticato e su cui aveva evitato di fondare la sua chiesa.

La storia è andata così, non si tratta di annullarla di punto in bianco, sarebbe ideologico e del resto non si può. Si tratta, invece, di prendere coscienza di uno sviluppo storico che oggi chiede un cambio, di saper discernere i segni dei tempi, come ha chiesto il Concilio, e avviare quei processi di trasformazione anche delle strutture, dell’istituzione, senza i quali la chiesa oggi non può essere testimone credibile del Vangelo.

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese, ammonisce l’Apocalisse che stiamo leggendo come 1a lettura della liturgia eucaristica: il veggente – che rappresenta la funzione profetica della chiesa – deve profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re, ma per farlo deve assimilare il Libro, cioè la Parola di Dio, in particolare il Vangelo e non fermarsi alla prima sensazione di dolcezza sulle labbra, a una passione iniziale che è solo un fuoco di paglia, ma accettare che quel piacere sconvolga le viscere e diventi amaro, esigente.

È stato così per il Signore che si è fidato fino alla fine del Padre e ha bevuto il suo calice amaro fino in fondo, lasciandosi spogliare di tutto, anche della sua divinità, nascosta dalla croce. Se la chiesa vuole davvero annunciare così l’amore del Padre per noi attraverso il Figlio, deve rendersi simile a lui, che da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà (cfr 2Cor 8,9).