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Le mie parole non passeranno

 

 

Luca 21, 29-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola:
«Osservate la pianta di fico e tutti gli alberi: quando già germogliano, capite voi stessi, guardandoli, che ormai l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che il regno di Dio è vicino.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno».

 

 

 

In un mondo in subbuglio, in prossimità della fine, tutto è destinato a passare, come stiamo leggendo in questa ultima settimana del tempo ordinario, anche in modo drammatico.

Ma a conclusione del suo discorso escatologico, cioè relativo alle cose ultime, quelle che ci attendono come realtà finale del mondo e dell’uomo, Gesù rassicura i suoi indicando loro ciò che è veramente stabile e immutabile, fissata per sempre: la sua parola.

Sia nella lingua ebraica, sia in quella greca, il termine parola non indica solo un suono, un soffio di voce che può passare senza lasciare traccia, ma indica anche un fatto, un avvenimento, una realtà effettiva. La parola ascoltata e compresa è efficace, ha un effetto trasformante sulla vita di chi l’accoglie davvero, diventa carne e sangue, vita, così come Gesù in persona è la Parola di Dio incarnata, fatta Uomo. Quando Gesù dice che le sue parole non passeranno vuol dire che la sua vicenda, la sua vita, la sua storia, quello che lui ha detto e fatto non passerà, resterà per sempre come norma dell’agire e del vivere in pienezza, una vita eterna, secondo la volontà del Padre.

Anche l’Apocalisse, in questi capitoli conclusivi, dopo aver posto davanti ai nostri occhi gli sconvolgimenti causati dal male commesso dagli uomini e dal conseguente intervento redentore di Dio, ci mostra la realtà finale: il Nemico, il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, può agire per un tempo limitato, ma alla fine viene annientato, ritorna in quel nulla primordiale da cui Dio ha tratto tutte le cose. Il mondo, che il Nemico avrebbe voluto distruggere gettandolo nel nulla, nel caos che c’era prima che Dio intervenisse a mettere ordine e far emergere la realtà buona di tutte le cose (cfr Gen 1), viene rigenerato: di esso resta solo la parte migliore, il luogo dove Dio e gli uomini possono vivere in pace e in armonia, la Gerusalemme del cielo.

Nelle città antiche si conservavano dei libri con i nomi delle famiglie e dei loro membri residenti in città e nei dintorni ad essa pertinenti: da lì l’Apocalisse prende l’immagine del libro della vita, in cui sono scritti i nomi di quelli che hanno vissuto sulla terra secondo i criteri di cittadinanza di quella Gerusalemme nuova, eterna. Chi, invece, ha vissuto secondo i criteri della città corrotta e seduttrice, Babilonia, non ha diritto di cittadinanza, non può sussistere in vita.

Oggi c’è una grande questione a livello politico proprio sulla concessione della cittadinanza con i diritti che da essa scaturiscono. Fissare i criteri per ottenerla è diventato un modo per includere o escludere, per decidere chi può vivere dignitosamente, accedendo ai servizi e al mercato del lavoro, e chi è relegato ai margini, gettato fuori dal cerchio della legalità.

Come ci ricorda papa Francesco nella sua ultima enciclica “Fratelli tutti”, per il Vangelo, invece, siamo tutti fratelli e sorelle, figli di un unico Padre e tutti abbiamo la possibilità di ricevere la cittadinanza nella Gerusalemme del cielo, perché l’unico criterio di ammissione uguale per tutti è la fede nel Cristo morto e risorto e la vita che ne consegue, con le opere d’amore che lo Spirito ci spinge a compiere, sempre e comunque. Chi fonda la sua vita su questa Parola che non passerà mai costruisce una casa sulla roccia in cui potrà dimorare per sempre, perché la costruisce già ora nella Gerusalemme nuova.