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Meditazione Ven 28 Maggio

Meditazione Ven 28 Maggio

Meditazione Ven 28 Maggio 440 277 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Abbiate fede… perdonate!

 

Marco 11, 11-25

[Dopo essere stato acclamato dalla folla, Gesù] entrò a Gerusalemme, nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici verso Betània.
La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. Avendo visto da lontano un albero di fichi che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se per caso vi trovasse qualcosa ma, quando vi giunse vicino, non trovò altro che foglie. Non era infatti la stagione dei fichi. Rivolto all’albero, disse: «Nessuno mai più in eterno mangi i tuoi frutti!». E i suoi discepoli l’udirono.
Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto:
“La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni”?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri».
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città.
La mattina seguente, passando, videro l’albero di fichi seccato fin dalle radici. Pietro si ricordò e gli disse: «Maestro, guarda: l’albero di fichi che hai maledetto è seccato». Rispose loro Gesù: «Abbiate fede in Dio! In verità io vi dico: se uno dicesse a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avviene, ciò gli avverrà. Per questo vi dico: tutto quello che chiederete nella preghiera, abbiate fede di averlo ottenuto e vi accadrà. Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe».

 

 

Il fico come la vigna è un’immagine del popolo che Dio si è coltivato, perché produca frutti a lui graditi.  La sua dolcezza è paragonata alla legge, che si sintetizza nell’amore di Dio e del prossimo.

Di questo il Signore ha fame e si diletta sommamente.  Ma alla sua venuta trova solo foglie: tanta apparenza e nessuna sostanza. Il fico aveva l’attenuante che non era ancora la sua stagione. Ma per noi non c’è scusa alcuna. «Il tempo è finito», disse Gesù. Finita l’attesa, è ora di fare frutti.  Il Regno è già venuto.  Siamo ormai chiamati a riconoscere la visita del Signore.

La sua venuta ha bisogno dell’asinello, la capacità di servire e amare.  Questa è la sua fame.  Ma non trova cibo da parte nostra. Al di là del fogliame, di cui, da Adamo in poi, siamo abili produttori e consumatori, non trova un fico secco.

Davanti al Gesù povero e umile, si scopre la sterilità di chi non lo accoglie così com’è.

È utile notare che il Signore non se la prende con il popolo.  Ne fa le spese questo fico, che non c’entra.  In realtà quest’albero, che porta su di sé la maledizione nostra, è immagine della croce.  Da essa penderà il dolce frutto, nel quale la nostra sterilità diventa feconda.  Il Crocifisso infatti è il sì pieno di Dio all’uomo, e dell’uomo a Dio. Luogo d’incontro e di comunione tra i due, è il nuovo tempio.

L’episodio del fico senza frutti, che lascia cadere le foglie, incornicia quello del tempio, che sarà distrutto.  Il vecchio tempio, fatto da mani d’uomo, lascerà il posto a uno nuovo, non fatto da mani d’uomo, che sarà casa di preghiera per tutte le genti.

Le parole di accusa di Gesù indicano rispettivamente ciò per cui è fatto il tempio e ciò che noi ne facciamo, dando al suo gesto di “purificazione” il significato di annuncio della passione.

La scena è inclusa tra la maledizione del fico e l’istruzione sulla preghiera e la fede.  Come il fico, il tempio non produce frutto, perché non è più il luogo della fede e della preghiera. La venuta del Signore ne evidenzia la sterilità e compie il giudizio.

Presso tutti i popoli il tempio è “santo”, cioè separato dal resto, che ad esso si ordina. È il luogo del culto e della legge, il fulcro di tutta la vita religiosa e civile, il centro dello spazio e del tempo. La sua distruzione è la rottura dell’asse attorno al quale tutto ruota: è la fine del mondo.

Con Gesù crocifisso finisce il mondo vecchio e nasce quello nuovo, in cui non c’è più il tempio, «perché il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio» (Ap 21,22); cessa la funzione del tempio, separato dal pro-fano, perché tutto diventa dimora di Dio.

Il vecchio mondo cercava di avere Dio al proprio centro, senza riuscirci per la sua empietà. Nel nuovo mondo Dio stesso ha posto al proprio centro l’uomo, mettendosi con la sua croce nel cuore di ogni empietà. Fin dall’inizio il racconto di Marco punta su questa visita del Signore al tempio, parlando del messaggero che ne prepara la strada.

La distruzione del tempio sarà capo di accusa nel suo processo e motivo di irrisione ai piedi della croce. Eppure, proprio alla sua morte si squarcerà il velo del santo dei santi e il centurione prototipo di “tutte le genti” – riconoscerà la Gloria.

Il fico, dunque, è stato seccato per istruire i discepoli sulla fede; il tempio è stato purificato per diventare casa di preghiera. Alla sterilità del primo, ricco solo di foglie, corrisponde il pullulare di affari nel secondo. Infecondità nel bene e fecondità nel male vanno di pari passo.

Al termine si parla della fede e della preghiera, radice da cui viene il frutto dello Spirito, che essenzialmente è amore e perdono.  Gesù vede la fede di chi viene a lui, chiede ai discepoli se ce l’hanno. L’incredulità impedisce la sua azione ed è guarita dall’invocazione: «Aiuta la mia non-fede».

Credere non è solo sapere che c’è un Dio, è aderire a Gesù e alla sua parola, amarlo e seguirlo per essere con lui, perché lui è il Signore, l’interlocutore fondamentale della mia vita.

Nella preghiera chiedo la grazia di costatare la mia sterilità, la mia incapacità a soddisfare la “fame” del Signore. Chiedo un rapporto con Dio che sia gratuito, “puro” dalla contaminazione dei miei interessi.  Chiedo di cercare il Signore per il Signore e non per i suoi favori.

Oppure, chiedo di aver fede, saper chiedere con fiducia e perdonare.