Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze)

I figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce

 

 

Luca 16, 1-8
In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli:
«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”.
L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”.
Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce».

 

 

Oggi ascoltiamo una parabola decisamente imbarazzante e che ci spiazza: lo sappiamo bene che in questo mondo spesso la disonestà premia, ma è così persino agli occhi di Gesù?

Come sempre bisogna guardare al contesto in cui l’Evangelista colloca le parole di Gesù: sta parlando ai farisei e agli scribi che mormorano contro di lui dicendo: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro” (cfr Lc 15,1). I pubblicani e i peccatori che accolgono Gesù in casa loro sono senz’altro amministratori disonesti della ricchezza che Dio ha donato al suo popolo, la grazia dell’elezione e dell’Alleanza, ma quando arriva Gesù a chiedere conto del loro operato, ad invitarli alla conversione, molti di loro lo fanno, cambiano vita, spesso in modo eclatante, come Zaccheo, il capo dei pubblicani di Gerico (cfr Lc 19,1-10).

Il servo della parabola non viene lodato per la sua disonestà, ma per la capacità di mettere da parte il suo interesse, la sua avidità di guadagno ingiusto, per salvarsi la vita. E per farlo conta sulla bontà di quanti ricevono un beneficio insperato da lui, sulla loro capacità di riconoscenza e quindi di contraccambio quando lui perderà il lavoro e avrà bisogno di accoglienza e aiuto. Spesso, invece, quando siamo presi alle strette ci chiudiamo, cerchiamo di salvarci con le nostre mani, senza volere o poter contare sull’aiuto degli altri, sulla solidarietà cristiana.

Ora, però, Dio non fa con noi come con quel servo disonesto? Non siamo anche noi amministratori poco fedeli di una ricchezza non nostra? E non abbiamo bisogno di fare affidamento sulla generosità del Signore che ci perdona e sul perdono dato ai nostri debitori e da loro ricevuto in cambio? Per questo preghiamo quotidianamente anche più volte al giorno il Padre nostro.

Ma chi non vuole fare lo sforzo di mettere da parte i propri interessi, chi è attaccato al guadagno, chi accumula per sé e non per il Regno (cfr Lc 12,21) non può vedere le cose dal punto di vista di Gesù, basato sulla gratuità dell’amore e del perdono. Secondo le parole di Paolo ai Filippesi, mentre queste persone pie, come i farisei, sembrano giuste e fedeli al Vangelo, in realtà si comportano da nemici della croce di Cristo, perché hanno fatto del loro ventre il proprio dio, cioè consumano, accumulano senza preoccuparsi delle conseguenze negative su di sé e su gli altri delle proprie azioni. E in più si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra, sono orgogliosi del proprio stile di vita, lo portano ad esempio, mentre invece dovrebbero vergognarsene.

La scaltrezza di questo servo disonesto, proposta come modello di comportamento ai suoi interlocutori, scribi e farisei, vuole suscitare imitazione nella capacità di distacco da ciò che vale di meno per acquistare ciò che vale di più, per volgere al bene anche quanto in un primo momento è stato ottenuto in modo poco onesto.

A questo proposito è illuminante un esercizio spirituale che Ignazio propone a chi deve prendere decisioni, per scegliere il meglio, ovvero quanto dà più gloria a Dio.

Tre uomini hanno guadagnato molti soldi, ma in modo non limpido, né secondo la volontà di Dio e tutti vogliono salvarsi e trovar pace in Dio nostro Signore, togliendosi il peso e l’ostacolo che viene loro dall’affezione al denaro guadagnato. Ma il primo non si decide mai fino al punto di morte; il secondo vorrebbe sentirsi in pace, ma non perdere il guadagno, vorrebbe che Dio confermasse la sua volontà, invece di adeguare la sua a quella divina; infine, il terzo si pone davanti al Signore in modo trasparente e sinceramente distaccato, è pronto a tenere o no quel denaro secondo quello che Dio nostro Signore gli ispirerà e che egli giudicherà più utile per il servizio e la lode della divina Maestà (cfr EESS 150-157).

Come ci insegna Ignazio, tutto è un mezzo per raggiungere il fine della nostra vita: lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così raggiungere la salvezza (cfr EESS 23). Il servo disonesto della parabola forse non lo fa per questo, ma paradossalmente il suo comportamento va nella direzione giusta. Quanto più noi, figli della luce e non del mondo – che invece sappiamo perché bisogna fare come lui – a maggior ragione dovremmo imitarlo!