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Quale immagine possiamo custodire di questo Natale?

Dalle letture e dalle orazioni di questa celebrazione ne possiamo ricavare due.

La prima la possiamo prendere dal Vangelo del giorno: il Verbo, che è sia parola sia evento, tutto rivolto verso Dio in contemplazione estatica del suo amore, per diventare comunicazione a noi si “converte” e usa il linguaggio della fragilità che è propria dell’uomo: la carne.

Il Natale ci ricorda che il desiderio di Dio di entrare in relazione con l’uomo è così forte da decidere di rivolgersi a noi e di voler contemplare in noi una risposta di amore.

Dio assume la debolezza e così la rende desiderabile: Bernardo di Clairvaux parla di “Optanda infirmitas” (cfr. Discorsi sul Cantico dei Cantici 25, 7).

La mia fragilità e debolezza, la mia carne, la mia storia intessuta anche di peccato, non è un impedimento per incontrare lo sguardo di tenerezza di Dio.

È Dio che per primo si converte a me e mi raggiunge nella mia carne, perché ogni uomo possa essere manifestazione della passione con cui è amato.

Paolo dice che abbiamo un tesoro in vasi di creta, ma si potrebbe anche usare l’immagine di un tesoro in un vaso di cristallo, delicatissimo ma allo stesso tempo così trasparente, da far apparire un mistero grande.

Colui che era al principio, prima di tutte le cose, viene a noi, sta con noi, per essere risposta concreta, visibile e comprensibile alle attese umane.

Io posso trovare il Signore nella mia vicenda personale e comunitaria.

Se anche la mia vita è segnata da dolori e sconfitte, è ormai profondamente unita con la carne del Figlio di Dio, e riscattata dall’amore che sempre stringe Dio con l’uomo.

La mia carne, la mia storia, la mia vita è resa degna di Dio; è abitata dalla sua presenza di grazia e misericordia.

Il dono di Dio non si ferma neppure quando vede il rifiuto totale da parte nostra, perché Dio ha scelto di non essere più senza di noi.

Il Natale ci ricorda questo amore, ci ricorda che il nome di Dio fatto carne è relazione: Emmanuele, Dio con noi.

La cronaca dei nostri giorni spesso di porta dinnanzi agli occhi notizie dolorose che ci feriscono e ci addolorano, quasi provocano in noi la sottile persuasione che sia persa la causa della verità, della giustizia e della pace.

Il Natale ci annuncia che non è invincibile la debolezza dell’uomo.

Se pure siamo insensibili al bene dell’altro, e ciò provoca nei rapporti personali e sociali una sorta di collaborazione al male, la presenza del Dio che si è fatto carne è capacità di rinnovare la vita.

Questa è la guarigione del cuore, la possibilità di vivere scelte diverse, la forza che ci è data di vedere il bene e di sceglierlo come nostro bene possibile nell’oggi.

La seconda immagine che ritorna nelle letture e nelle orazioni di questa messa è: luce.

Il mistero di Dio che vuole condividere tutto con noi perché ci ama più di se stesso, è una realtà di luce.

Che cos’è la luce: è ciò che permette di distinguere i colori, anzi è ciò li caratterizza e li fa emergere.

Questa immagine della luce e dei colori ci racconta il Natale!

La luce è ciò che ci consente di vedere il mondo bello, mentre il buio è ciò che assorbe e inghiotte i colori, rendendo tutto uniforme…, senza contorni.

Il buio svuota, per questo esprime la desolazione che portiamo dentro, quando ci viene rubata la speranza dal cuore, quando i nostri occhi sono ottenebrati dalla rassegnazione.

Ora, questo è l’annuncio dell’Incarnazione: la luce risplende nelle tenebre, là dove il mondo appare senza colore, e viene per rischiarare ogni uomo.

Dio entra nella storia illuminandola, e vi entra passando sempre attraverso l’umanità, perché ogni uomo è degno di essere nella luce.

Se allora il divino è luce, l’uomo è colore.

Pertanto, solo se rimane nella chiarità che lo illumina può essere se stesso, così come il colore è legato alla luce: c’è l’uomo in senso pieno se permane nello splendore, altrimenti nel buio scompare e si aliena.

Senza luce, il colore di ciascuno di noi rimarrebbe nelle tenebre.

Maria è la piena di grazia perché è la donna piena di colore, che si è lasciata accarezzare dalla luce divina.

Il contrario dell’uomo illuminato dalla luce vera è l’uomo incolore.

Il colore è ciò che l’uomo possiede da aggiungere all’affresco della storia, ma senza la luce i colori della storia sono vani: ossia svaniscono.

Dio non ci vuole uomini di luce, non saremmo umani – lascia questa prerogativa agli angeli -, ma ci vuole uomini dai colori pieni e variegati, capaci di riflettere la luce in quell’ampio spettro colorato che è la diversità.

La varietà dei colori del mondo, illuminati dalla luce della grazia di Dio, diventano puri come la luce, pur mantenendo la loro corposità e unicità.

Il Natale è l’occasione per lasciare che i nostri colori ritrovino vigore grazie alla luce che forse abbiamo trascurato.

Dio c’è, e il Natale dice: ha scelto di essere con te, adesso, con la tua vita, oggi.

Se ci è capitato che il nostro quotidiano sia precipitato in accidia o attivismo – due facce della stessa assenza di luce vera – oggi ci viene annunciato che possiamo rinnovarci nella luce del Dio fatto uomo per essere con gli uomini.

Se i rapporti in famiglia sono diventati incolori, oppure quelli con i colleghi di lavoro, con gli amici… se sono divenuti incolori le parole, il nostro impegno, le giornate ripetitive… oggi ci è chiesto di tornare a essere noi stessi: pieni di colore.

Il Natale di Gesù ci rende fiduciosi: Dio viene a portare salvezza, Dio viene come luce per dare spessore al mio colore, Dio viene per me e viene per ogni uomo.