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OMELIA SECONDA DOMENICA DI PASQUA

 

Nell’antica tradizione, l’odierna domenica prende il nome di domenica “in albis”.
In questo giorno, i neofiti che avevano ricevuto il battesimo nella veglia pasquale indossavano ancora una volta la loro veste bianca, simbolo della luce che il Signore aveva loro donato e di cui erano stati rivestiti.

In seguito avrebbero poi deposto la veste bianca, ma la nuova luminosità a essi comunicata la dovevano introdurre nella loro quotidianità.
Giovanni Paolo II volle che questa domenica fosse celebrata anche come la festa della divina misericordia, che è la veste di luce che il Signore ci ha donato nel battesimo.
La misericordia non è una qualità di Dio ma la sua stessa essenza allo stesso modo dell’amore, pertanto, se desideriamo testimoniare Cristo in questo mondo, dobbiamo lasciar trasparire nella nostra vita questa essenza stessa del Signore.
È misericordia divina in quanto appartiene a lui e noi siamo misericordiosi nella misura in cui lasciamo che cresca in noi la statura di Cristo.
Nel vangelo odierno, il Risorto concede ai discepoli il suo spirito per rimettere i peccati.
Lo spirito di Gesù Cristo, la sua potenza di vita, è potenza di perdono, è potenza della divina misericordia, perché offre la possibilità di iniziare sempre di nuovo, di non ristagnare nella negatività della morte.


Il Risorto infonde in noi la consapevolezza interiore dell’amore, della possibilità di corrispondere alla sua fiducia con la nostra fedeltà.
Nel racconto all’apostolo Tommaso viene concesso di toccare le ferite del signore risorto e così egli lo può riconoscere come vivente.
Tommaso non può credere in una risurrezione che cancelli i segni della sofferenza dal corpo dell’umanità; e in questo Tommaso ha ragione!
Le piaghe della cattiveria dell’uomo, il dolore innocente dell’umanità che Gesù ha riassunto nel suo ultimo grido accorato al Padre non possono essere cancellato come se non fossero state.
In verità, il Signore ha portato con sé le sue ferite nell’eternità. Egli si manifesta come un Dio ferito, perché si è lasciato ferire dall’amore verso di noi.
Il Padre non ha cancellato dal corpo glorioso del risorto il prezzo del nostro riscatto, ma quelle piaghe da cui siamo stati guariti, ora non stillano più sangue innocente, ma il profumo dell’amore.
Le ferite glorificate del crocifisso-risorto sono per noi il segno che egli ci comprende e che si lascia ferire dall’amore verso di noi.
Queste sue ferite noi le tocchiamo nella storia di questo nostro tempo, dove Dio non sta dall’altra ma è con noi: è nell’ammalato, è in coloro che se ne prendono cura, è in chi si fa portatore di consolazione, in un’ultima carezza data a chi è moribondo…
Il passaggio dalla incredulità alla fede è determinato dalla esperienza del risorto e dalla possibilità data a noi di risorgere con lui, ossia di essere uniti a lui vivente.
La risurrezione è lo spartiacque della storia, perché se Cristo non è risorto, se noi non ne facciamo esperienza, vana è la nostra fede.
Il concetto di fede indica anche la sostanza, la solidità, il fondamento, pertanto il credente è la persona solida. L’incredulo al contrario è la persona instabile, non fondata, leggera che non trova consistenza.
Dove trova la fede Tommaso, e noi dove la troviamo?
La trova nella chiesa radunata in preghiera.
Tommaso là dove si estranea dalla comunità riunita nel giorno ottavo non può incontrare il risorto e rimane nel dubbio.
Quando però si lascia coinvolgere dall’esperienza del risorto che fa la chiesa, allora può formulare la professione di fede più alta: “tu il mio Dio e il mio Signore”.

 

Credo, Signore, nella tua misericordia; mi lascio consolare dalle tue piaghe rese ora gloriose dall’amore e dalla fedeltà del Padre; mi lascio compenetrare dalla tua luce, desidero che la tua vita viva in me, mi lascio conformare a te, perché non sia più il mio “io” prepotente ed egoista a vivere, ma tu o Cristo, vittorioso sulla morte, sia in me con la tua presenza di pace!
Non temo le ferite della storia, le croci che gli uomini hanno fabbricato per me, quelle che io ho costruito e vi sono salito, perché credo che tu sei Risorto e che anche le mie piaghe possano un giorno stillare amore e misericordia dopo aver versato il sangue della pazienza.
Mio signore, mio Dio, mio tutto a te mi consegno e in te solo spero. amen.