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OMELIA TERZA DOMENICA DI PASQUA

 

Gesù è risorto, il Signore è presente in mezzo a noi e cammina con noi! Già tutto è stato ricapitolato in Cristo e consegnato all’abbraccio del Padre, la creazione ha raggiunto il suo compimento di bellezza e bontà.

Ma noi viviamo da risorti in Cristo? Scorgiamo il dinamismo di salvezza che Dio sta operando ora nel nostro mondo?

Il vangelo di questa terza domenica di Pasqua presenta due amici di Gesù che stentano a riconoscerlo nella loro vita e nella loro storia.

Questi due discepoli si allontanano da Gerusalemme, prendono le distanze dall’evento tragico della morte del loro maestro.

Compiono un cammino contrario all’ascesa, dall’alto verso il basso; dalla comunione all’alienazione, dalla speranza alla delusione.

Mentre Tommaso rimane nonostante i dubbi e la sua crisi di fede, questi due discepoli fuggono dalla realtà che stanno subendo e che fondamentalmente trovano ingiusta. Eppure, durante la via non possono non parlare della loro esperienza, del dolore che attanaglia il loro cuore, della frustrazione che li lavora interiormente.

Nel lamentarsi vicendevolmente oggettivano il loro problema. La tristezza è palpabile, la delusione e l’amarezza sono profonde, insostenibili, terribili.

C’è un crescendo nel loro parlare: dallo sfogo lamentoso, attraverso l’approfondimento, fino al dibattito acceso, alla vera e propria discussione con Dio.

Dio chiede di non stancarci di indagare.

Il Signore, rispettoso e discreto, ci considera capaci di conoscere, ci chiede di essere audaci nell’interrogarci.

L’allontanarsi da Gerusalemme, che è il cuore dell’evento della fede, indica che questi due uomini stanno vivendo una crisi nel credere. Il problema infatti non è l’assenza di Gesù, ma la delusione, la cecità, il ripiegarsi su se stessi e sul proprio dolore.

Spesso anche per noi il dramma non è il Dio assente, ma la nostra incapacità nel riconoscerlo, cioè la nostra miopia spirituale.

Concentrati su noi stessi e sui nostri problemi, non siamo in grado di vederlo mentre cammina accanto a noi. Eppure il Risorto si fa nostro prossimo, cammina, si mette in viaggio nelle strade della storia. Un viaggio lunghissimo: dall’eternità alla finitudine, dall’essere Dio al diventare uomo, dalla perfezione assoluta all’incarnazione.

Tutto questo per amore nostro e per la nostra salvezza e gioia.

Dio ama, e l’amore è sempre dinamismo e movimento.

Gesù si fa viandante e pone all’umanità delusa una domanda scomoda, quasi urtante: “Come mai siete abitati dal dolore?

Gesù vuole che esplicitiamo quanto portiamo dentro.

Potessimo imparare da Dio a superare il dolore!

Questi due amici di Gesù hanno creduto non in modo mediocre o tiepido, eppure pronunciano la frase più triste dell’intero Vangelo: “Noi speravamo…” Cioè: che sciocchi che ci abbiamo creduto; come abbiamo potuto essere così ingenui e farci ingannare?

Sono due uomini feriti dalla realtà; si sentono abbandonati da quel Dio in cui avevano posto tutta la loro speranza e centrato il loro cuore.

È un dolore sordo, che suscita rabbia, che aggiunge alla sofferenza la consapevolezza dell’inganno, che ci rimette in discussione fino nel profondo, che ci destabilizza lungamente, impedendoci di riprendere coraggio.

Lì, quando tocchiamo il fondo, quando siamo alla soglia dell’annientamento, Dio ci ascolta e ci aspetta, cammina con ciascuno di noi, si avvicina e si fa compagno di viaggio.

Quando tutto sembra perduto e perfino nella rassegnazione, lì possiamo incontrare Dio: perché è stato così ultimo che nessuno, mai, gli potrà rubare il posto.

Non c’è nessun dolore che il Signore non abbia assunto e perciò redento!

La consolazione del Signore è però una parola dura che ci risveglia dal torpore. Il Signore non ci lascia a crogiolare nei nostri pianti ma ci scuote fin nel profondo: “Sciocchi – cioè senza intelligenza – e col cuore brachicardico”, cioè lento, tiepido, ostinato nell’errore.

Siamo tutti lenti nel credere alle parole di risurrezione e all’interpretazione delle Scritture.

Il Risorto ancora oggi spiega a noi le Scritture, apre la nostra l’intelligenza; attraverso la Parola possiamo finalmente capire cosa è veramente successo…, possiamo leggere la storia nella sua verità.

Il Signore non toglie nulla della durezza di quanto è accaduto: “bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze…” ma lo illumina di senso: “per entrare nella sua gloria”.

Il Signore risorto non si priva delle piaghe della sua passione, seppure le mostri ormai glorificate, perché prende sul serio le ferite che la vita ci provoca.

Per questo si fa riconoscere nel segno di un pane spezzato, cioè di una vita che si è lasciata vulnerare per portare frutto, per sfamare il nostro desiderio di eternità.

Cristo ci consola ma non ci illude, cancellando le fatiche della vita, togliendoci le cicatrici dell’esistenza; piuttosto ci guarisce facendoci vedere in esse la luce di Dio.

Il fuoco che arde nel cuore dei discepoli, che ormai hanno aperto gli occhi sulla verità, è una pienezza di senso restituito alla loro vita, un superamento delle proprie piaghe, scoprendovi in esse un amore più grande.

Questo è vivere da risorti e in comunione con il Risorto: lasciarci provocare dalla Parola e non lasciarci vincere dal dolore, non avendo paura che la nostra vita si spezzi come la sua, per diffondere l’amore con cui siamo amati.