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OMELIA QUARTA DOMENICA DI PASQUA

 

I Vangeli di queste domeniche ci hanno presentato uomini e donne che hanno faticato a convertirsi al Risorto, a convertirsi alla Vita.
Tutti però hanno fatto l’esperienza di essere raggiunti dal Signore nella situazione e condizione in cui erano.
Non ci sono paure che impediscono al Risorto di manifestarsi, non c’è dolore che non permetta di riconoscerlo vivente, non c’è rassegnazione che blocchi la capacità di riconoscerlo in un pane spezzato e donato per amore.
Il Risorto ci raggiunge là dove siamo e ci aiuta a superare sofferenze, paure, affanni, inquietudini, fragilità. Ci incontra nel quotidiano perché ci ama, perché vuole per noi salvezza piena, perché ci aiuta nello scoprire Dio e nello scoprirci credenti.
Lo fa perché la nostra vita è preziosa al suo sguardo. Lo fa perché sa dove portarci.
Il vangelo del buon Pastore di questa domenica ci ricorda una novità sconcertante per ciascuno di noi: a Dio io sto a cuore.
Il Signore non mi chiede nulla, se non di riconoscermi pecora e di non pretendere di essere io il pastore della mia vita.
Il Signore non è come gli altri, non è come i mercenari, che ci amano quasi sempre per averne un tornaconto. Il Signore ci ama liberamente e amandoci ci rende liberi di amare. Ci ama per farci entrare nella sua gratuità.
Gesù dice di essere un pastore buono, un pastore capace. Un pastore bello, di quella bellezza che non è solo estetica, ma assoluta, globale, che porta con sé e riassume tutto il bene e tutto il bello dell’umanità. Gesù è venuto a chiamarci per nome, per condurci al Padre.
Chiede solo ai suoi discepoli – a noi – un rapporto personale, intimo, coinvolgente, cioè accogliere il suo essere pastore e noi il suo gregge.
Nella pericope che è stata proclamata, Gesù si presenta a noi soprattutto come la porta. Questa immagine richiamava l’atteggiamento del pastore che si accovacciava per impedire alle pecore di uscire, ma soprattutto per tenere lontani i ladri, i briganti e i lupi dal gregge.


È una figura dell’incarnazione, cioè della scelta di Cristo di essere con noi per guidarci al cielo, per farci entrare nel Regno di Dio. È un pastore che veglia nella notte del mondo, per difendere le pecore finché sorga la luce di un giorno nuovo.
Gesù non dice di essere la porta dell’ovile, ma delle pecore.
Gesù si presenta come colui che possiamo incontrare, attraversare, come colui che ci dona accesso ad un mondo altro, ad un modo di vedere noi stessi e gli altri completamente diverso.
Gesù si pone come la porta del nostro cuore per impedire all’avversario, al mercenario della nostra gioia, di entrare e di strapparci la speranza che portiamo dentro. Gesù è la porta che fa discernimento nella nostra anima e che distingue ciò che entra ed esce dal nostro cuore.
Gesù chiama le pecore per nome e le pecore riconoscono la sua voce, perché è una voce che parla direttamente al cuore. È la voce di un amico che salva, che riempie, che consola, che scuote, che dona energia.


È la voce di un fratello che perdona, che inquieta, che sconcerta, che porta a verità, che conduce alla verità tutta intera.
«Attraversare» Gesù significa passare in una porta stretta in cui ci è chiesto di essere autentici, di essere disarmati, di essere affidati e nudi di fronte a lui.
Gesù ci chiede di conformarci a lui, di dilatare il nostro cuore, di allargare i nostri orizzonti, per perdere la nostra vita donandola, come egli ha voluto e saputo fare.
Cosa abbiamo da temere? Nessuno ci può strappare dalla mano del Padre.
Il Pastore bello e buono ricorda a noi tutti che siamo guardiani e custodi gli uni degli altri.
All’opposto del mercenario non c’è la figura del pastore – con cui nessuno può competere -, ma del guardiano.
Il guardiano del gregge sa di non essere lui il pastore, ma di avere ricevuto il compito e l’onore, il peso e la gioia, la croce e la gloria di vegliare sul gregge in attesa dell’arrivo del pastore. Il guardiano non sa dove siano i pascoli erbosi, perché anch’egli è chiamato a custodire il proprio cuore nell’attesa della venuta del Maestro. Anche il guardiano deve fidarsi e rimanere in trepidante attesa di ascoltare la voce del Maestro.
Questa è stata l’esperienza di Pietro, guardiano lavorato dal limite, custode scelto per primo e per ultimo convertito alla notizia della resurrezione.
Pietro è colui che è diventato capace di vegliare senza spadroneggiare sul gregge, perché guarito dalla consapevolezza che la sua miseria è stata amata e perciò redenta.
Pietro, che ha rinnegato il Giusto, può scongiurare in modo credibile coloro che hanno rifiutato Gesù perché accolgano la salvezza.
Pietro può confortare la sua comunità che soffre le contraddizioni del mondo e la fragilità dell’essere Chiesa, perché ammette senza paura di essere lui stesso una pecora errante in attesa di colui che è il pastore grande delle anime.

 

Chi è il pastore della mia vita, da chi o cosa mi faccio guidare? Mi lascio condurre alla gioia?
Lasciamo che il Pastore bello e buono ci apra le porte della vita, perché la gioia è sempre qualcosa che possiamo solo ricevere come dono.