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Che fare in questo tempo?

 

Le parole che Gesù ci consegna nel vangelo di oggi sono di consolazione. Nulla ci deve turbare!

Giovanni usa qui il verbo che indica lo sconquasso interiore suscitato da una tempesta in mare.

Il turbamento non è solo la desolazione, in cui ci percepiamo nelle tenebre; è piuttosto il gelo del cuore, il momento in cui ogni realtà spirituale perde spessore e ci appare assurdo il credere. È proprio in questo tumulto interiore che il Signore ci rassicura e ci invita a non lasciarci ingannare.

Ci appare strano questo vangelo, che ci colloca nei discorsi di addio di Gesù prima della sua passione, proclamato in tempo di Pasqua in cui dovrebbe essere la gioia la cifra del cuore.

La Chiesa fin dall’inizio si porta dentro una domanda: che fare in questo tempo in cui il Signore non cammina visibilmente con noi, in cui la sua opera la dobbiamo compiere noi, tesi tra la sua partenza e il suo ritorno?

La comunità cristiana che deve annunciare le opere meravigliose di Dio – come dice Pietro nella sua lettera (2, 4-9) – nasce oggi come ieri da una comprensione profonda della partenza di Gesù.

La presenza del Signore che opera sempre la nostra salvezza si concretizza nell’amarci come lui ci ha amato. L’opera meravigliosa che il Signore risorto compie per noi è la capacità di amare.

Il segno di questo amore acceso in noi è lo Spirito Santo che ci fa vivere nel Signore, come lui ha voluto essere in noi attraverso il mistero della sua incarnazione.

Nel testo del vangelo di oggi (Gv 14, 1-12) si avverte la preoccupazione per le crisi e le difficoltà che i discepoli incontreranno nella lunga attesa del ritorno.

È la nostra fatica: attendere nella fede, sperare contro ogni speranza, amare quando il mondo ci odia.

Il vuoto del turbamento può essere facilmente riempito con dei surrogati che spengono in noi la fede, la speranza e la carità. Infatti se la “via” è una, le deviazioni sono numerose; se la “verità” esige la fatica della ricerca, la menzogna germina con facilità; se la “vita” cresce con lentezza, la morte giunge improvvisa.

Oltre alle difficoltà interiori, la vita della comunità cristiana è accompagnata sempre dal travaglio esteriore, per questo è importante nelle doglie del parto tenere salda la fede e alta la speranza che quanto verrà alla luce ci farà dimenticare la fatica del tempo presente.

Gesù parla di fede sempre in termini di conoscenza e di intimità, ossia di esperienza dell’amore compresa dall’intelligenza del cuore.

Infatti nella fiacchezza spirituale che potrebbe abitare la nostra interiorità è fondamentale il ruolo della memoria: lo Spirito santo ci ricorderà tutta l’esperienza di Dio che come Chiesa andiamo facendo sotto la cifra dell’amore.

Nel momento della sua Passione, il Signore glorificato pone davanti a noi la meta: la casa del Padre, metafora per dire il cuore misericordioso di Dio dove già abitiamo e verso cui stiamo orientati.

Questa meta la possiamo comprendere, perché anche noi siamo capaci di far abitare le persone care nel nostro cuore, nel nostro ricordo, nella pena per loro e nel desiderio profondo di loro.

Il turbamento è allora vinto dalla conoscenza che la croce non è una via senza uscita, ma che si apre alla risurrezione e al ritorno al Padre; che la verità non è una regola da osservare ma una persona che mi ama; che la vita non è il soddisfacimento della propria bramosia, ma il limitarsi che permette all’altro di sorgere nel mio orizzonte di senso.

La fede è, dunque, il più potente ansiolitico, contro la sfiducia che è il più potente ansiogeno.

 

Le grandi tentazione che turbano il cuore tentano sempre di spegnere in noi la fede, per gettarci nell’agitazione che ci fa bramare la vita ma ha come prezzo incontrare la morte come paura.

In noi paura e fede convivono, ma in proporzione inversa: la paura è quel vuoto che la fede progressivamente riempie.

La fede si esprime nella preghiera che ci guarisce dai nostri turbamenti.

Tommaso è il discepolo disposto a morire a fianco di Gesù ma è anche l’incredulo che fa fatica a fidarsi e a credere nel Risorto, nella fedeltà di Dio. Fa fatica a credersi amato, a credere di abitare già nel cuore di Dio.

Tommaso è lo specchio di tutti noi, per questa ragione le parole di Gesù risuonano per ogni uomo.

Chi ha scoperto Gesù nel proprio percorso può affermare con assoluta verità che il Signore gli ha donato la vita.

Esiste una vita che può anche essere intensa e coinvolgente. Ma una vita interiore, spirituale, allarga l’orizzonte, ci situa in un progetto di cui siamo chiamati a far parte, ci cambia radicalmente la vita naturale, riempiendola di una gioia intima, profonda, eterna.

Gesù è la vita e dona la vita e il cristiano ama la vita e la dona perché essa non muoia.

La vita vera consiste nel cercare e trovare in Dio in ogni cosa, trovare sempre il senso di ciò che siamo e di ciò che operiamo. Così potremo fare cose grandi.