Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze)

Gesù nel vangelo di domenica scorsa ci ha invitato a non avere il cuore turbato: a non cedere al gelo dell’assurdità del credere. Eppure, dobbiamo ammetterlo, viviamo tempi difficili e di prova.

Difficili umanamente e difficili cristianamente.

Il futuro ci appare denso di nubi scure e il rischio di vedere sempre e solo il negativo rischia di contagiare anche noi cristiani. Eppure siamo ancora qui a meditare un vangelo pasquale, che ha come tessuto connettivo il verbo “amare”, coniugato dieci volti per esprimere la relazione tra la Chiesa/discepola, Gesù il Figlio amato e il Padre eterno amante.

Un vangelo che ci indica una strada, difficile, ma non impossibile, per custodire la speranza, per non lasciarci intimorire dal male che ci circonda.

«Voi mi vedrete perché io vivo e voi vivrete», dice Gesù. In questa situazione di ferita, di assurdità e segnata dall’angoscia, posso incontrare Cristo vivo e vivificante.

Non in una situazione diversa, ma qui e ora posso fare della mia vita una vita nuova in lui, unito a lui.

Forse ci possono dire che siamo degli illusi, che ci rifugiamo nella fede per trovare conforto. In realtà, la fede in Gesù non offre appigli al pietismo e alla facile consolazione. L’autenticità della fede cristiana è l’incontro con Gesù vivo e si esprime solo in una relazione di amore.

Gesù però è chiaro: il mondo non lo vede presente, al massimo parla di lui come di un grande personaggio del passato. Ma i discepoli, afferma il Maestro, continuano a vederlo, lo riconoscono, lo annunciano, lo ascoltano, lo pregano.

Il primo dono che Gesù promette ai discepoli intimoriti è il Paraclito, cioè il consolatore, l’aiutante, l’intercessore, che ci aiuta a ricordare le parole del Maestro, che ci aiuta a vedere le cose in maniera completa.

Consolare significa stare con uno che è solo, in modo che sperimenti una vicinanza e prossimità.

Il Consolatore è colui che sta con noi, offrendo quella compagnia che vince la radicale tentazione di realizzarci da soli, fuori dall’amore e dalla comunione.

È un altro consolatore: il primo è Gesù che tornando al Padre rimane con noi nella sua Parola e nell’Eucaristia. Parola ed Eucaristia hanno come fondamento l’amore e lo Spirito ha il compito di ricordare tutto l’amore con cui siamo amati e salvati dal Signore.

Di questo abbiamo bisogno: di un sostegno che ci aiuti a leggere la grande storia e la nostra storia personale alla luce della fede.

Le cose che accadono, allora, acquistano una luce diversa; non perdono la loro durezza, ma si aprono a un orizzonte di riferimento più ampio, a una prospettiva di salvezza, di redenzione che Dio realizza in mezzo all’umanità inquieta.

Il soccorso che Dio ci manda è a servizio della nostra missione: i discepoli che “vedono” Gesù, che si accorgono della sua presenza, sono invitati ad annunciare il nuovo modo di vivere che Dio realizza attraverso la comunità dei salvati – la Chiesa.

Se è davvero così, allora, la difficoltà diventa straordinaria opportunità, occasione di annuncio e ragione di conversione.

È questa l’esperienza raccontata nella prima lettura.

Filippo, a causa della persecuzione che si è scatenata contro la primitiva comunità di Gerusalemme, fugge e si ritrova in Samaria, nella terra eretica per eccellenza, immagine della sposa infedele che Gesù stesso ha cercato di sedurre e di riconquistare.

Nonostante questa negatività di partenza, la fuga diventa luogo per l’annuncio e per gesti di misericordia; e così diventa occasione di conversione per nuovi discepoli.

Anche noi siamo chiamati come Filippo a scacciare i demoni della paura e dell’egoismo, per manifestare Cristo vivo.

Quando rendiamo presente Cristo?

Nel momento opportuno, dice Pietro, stando attenti a coltivare la nostra interiorità.

L’annuncio del Vangelo passa sempre e solo attraverso l’esperienza di Cristo, attraverso una profonda passione per lui, una crescita interiore che ci rende testimoni credibili.

«State sempre pronti a rendere ragione della speranza che è in voi», ci esorta Pietro, «adorando Cristo nei vostri cuori».

La testimonianza nasce solo da una vita di fede intensa, dal manifestare un’esperienza: non vendiamo sogni, condividiamo una conoscenza di vita!

In che modo? Amando, entrando in comunione, rimanendo saldi nelle parole, nei gesti, nei sentimenti di Gesù.

Il pronome possessivo “miei”, che ritorna più volte nel Vangelo, non dicono una proprietà ma un modo di essere: si riferiscono alla persona stessa del Signore.

L’amore è un concetto intenso ma anche astratto, impegnativo e molte volte ambiguo, essenziale e scarno. Eppure la fede ruota attorno all’amore, lo suscita, lo presuppone, lo incarna.

L’amore tiene unita la nostra vita, con tutte le sue contraddizioni e i suoi fallimenti, l’amore la motiva e la indirizza.

 

Chiediamo la grazia di dimorare nell’amore, di non scoraggiarci davanti al tempo presente, di coltivare nel cuore il Cristo vivo, per essere capaci di rendere ragione della speranza che è in noi.