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Nella solennità della Ss.ma Trinità ci è stata donata una domenica per meditare come Dio si rivela nella nostra vita. E oggi ci è data una domenica per contemplare che cosa fa per noi: crea la nostra unità, ci fa popolo, ci rende figli nel Figlio.

Abbiamo bisogno dell’aiuto dello Spirito Santo per fare esperienza, per lasciarci convertire. Abbiamo bisogno di comprendere sempre più profondamente il mistero della presenza reale di Cristo risorto, che faceva dire ai primi martiri di Abitene: “non possiamo non celebrare il giorno del Signore”.

Oggi è la festa del corpo “dominicale” di Cristo, che non si restringe solo al corpo sacramentale, ma si allarga fino includere il corpo ecclesiale che siamo noi, che di domenica in domenica ci nutriamo del pane e del calice eucaristico.

Se facciamo fatica a credere nella presenza reale del Signore nel sacramento dell’altare, facciamo ancora più fatica a credere nella sua presenza reale in quel corpo che è la Chiesa, che si forma e si irrobustisce nutrendosi della mensa della Parola e dell’Eucaristia. Eppure questo è il mistero che opera lo Spirito Santo in ogni assemblea eucaristica: riferire sempre il corpo sacramentale a noi, perché da sostanza di disgregazione possiamo essere trasformati in sostanza di Chiesa, capaci di rendere presente Cristo in mezzo agli uomini.

Davanti a questo dono incommensurabile, perché viviamo stancamente le nostre liturgie, perché abbiamo perso il senso dell’incontro con Dio, la consapevolezza dell’immensa fortuna che abbiamo nell’avere in mezzo a noi la presenza stessa del Signore che si fa pane spezzato, e ci rende dono per gli altri?

Oggi è giorno per tornare all’essenziale, per ridire la fede della Chiesa: noi crediamo nella presenza di Cristo in mezzo alla sua comunità, nel segno efficace delleucarestia, nella Parola che riecheggia nei nostri cuori e che lo Spirito Santo rivitalizza continuamente.

Vediamo come le letture proclamate illuminano questo duplice mistero della presenza del Signore in noi e nel corpo sacramentale di cui ci nutriamo.

Nel cammino dell’Esodo viene dato un altro cibo al popolo uscito dalla schiavitù di Faraone. Un cibo che non aveva più nulla a che vedere con le cipolle degli egiziani. Un cibo inatteso e misterioso che il popolo riconosce come offerto direttamente da Dio.

Dio sa che abbiamo bisogno di nutrirci: non solo di cibo ma anche di affetto, di luce, di senso, di felicità. E questo cibo manca: quante persone muoiono per inedia spirituale! Si spengono interiormente! Manca il cibo che ci permette di camminare, di capire il grande mistero che resta l’esistenza di ognuno di noi!

È Dio che ci dona il pane del cammino verso la pienezza, verso l’eternità, verso la luce. È Dio che si fa pane. Un pane capace di renderci uniti. È il Signore che prende degli schiavi, li fa uscire dalla loro condizione di morte e ne fa un popolo, capace di stare alla sua presenza, di vivere la relazione e la comunione con lui.

A questo popolo, che trova la sua unità solo in Dio, è chiesto solo di non dimenticare e di custodire il dono ricevuto.

La seconda lettura insiste sul tema dell’unità.

È una comunità vivace, quella di Corinto, ma anche molto divisa. Persone di carattere diverso, di condizione sociale diversa faticano, dopo avere incontrato il Signore, a trovare sufficienti ragioni per costruire comunione.

E Paolo ha una felice intuizione: se ci frammentiamo così tanto, prendiamo il frammento che ci unisce. Il pane spezzato riporta all’unità, all’essenziale, al centro. Siamo cristiani perché Cristo ci ha chiamato e ci ha scelto.

La Chiesa non è un club privato dove siamo buoni perché preghiamo Dio o facciamo qualche opera di pietà. La Chiesa è il miracolo dello Spirito che non si arrende davanti alle nostre resistenze, ma costruisce la comunità dei diversi radunandoli nell’unico corpo che si nutre del pane, spezzato e condiviso.

L’eucarestia, allora, diventa il catalizzatore dell’unità ed è ciò che chiediamo nella Preghiera eucaristica: “manda il tuo Spirito su di noi e sui doni presentati, perché essi diventino il corpo e sangue del Signore e noi che ci nutriamo di essi possiamo essere transustanziati in sostanza di Chiesa”.

Nell’impegnativo discorso fatto da Gesù dopo la moltiplicazione dei pani in Giovanni, Gesù parla esplicitamente della sua carne da mangiare e del suo sangue da bere. È un discorso scandaloso, incomprensibile, che pure preannuncia il gesto che, da lì a qualche tempo, compirà come ultimo dono fatto alla comunità.

In Israele la carne è segno della debolezza e della fragilità umana: non dobbiamo scandalizzarci per la povertà delle nostre comunità, per la pochezza del vangelo così come viene vissuto dai cristiani.

Il Verbo si fa carne e si consegna nelle mani di poveri uomini.

In Israele il sangue porta la vita, per questo è impensabile cibarsi di animali soffocati nel proprio sangue. Eppure, Gesù chiede ai discepoli e a noi di condividere la sua stessa vita.

Ecco allora cos’è l’eucarestia: nutrirci di lui per essere come lui. Nutrirci del pane sacramentale per essere Chiesa.

La presenza reale del Signore in mezzo agli uomini è testimoniata se due o più si mettono insieme e sono uniti nel suo Nome.

Non è un problema di lingua o di rito, ma di fede.

Quello di cui manchiamo è la fiducia certa che il Signore si rende presente nel sacramento dell’altare e che noi lo rendiamo sacramentalmente presente con la nostra testimonianza di unità.