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Nei vangeli la Risurrezione, l’Ascensione e la Pentecoste compongono uno stesso quadro, un identico evento. Gesù, risorgendo, è già presso il Padre e dona lo Spirito.

Gesù, ora siede alla destra del Padre, ma realizza anche la sua promessa di essere con noi per sempre.

Nell’autobiografia di sant’Ignazio c’è un episodio singolare legato al mistero dell’Ascensione.

Quando il pellegrino – come si autodefinisce -, dopo intenso desiderio, riuscì a visitare i luoghi santi, si fermò lungamente in preghiera sul monte degli Ulivi, di fronte alla pietra che la tradizione indicava portare le impronte del Signore nell’atto di ascendere al cielo.

Così scrive che mentre si trovava a Betfage, «si ricordò di non aver osservato bene da che parte fosse il piede destro e da che parte quello sinistro».

Questo preciso dato non ci trasmette solo un indizio della devozione di Ignazio all’umanità santissima di Cristo, ma ci offre anche un significato del suo discernimento.

Per Ignazio non è solo importante cercare di camminare – la visione delle impronte dei piedi -, ma è anche necessario, a partire dalla contemplazione di Cristo, discernere in quale direzione bisogna cercare di camminare – visione esatta della collocazione del piede destro e del piede sinistro -.

Questo episodio della vita del pellegrino riassume molto bene il significato della festa di oggi e sintetizza il messaggio delle letture che abbiamo ascoltato.

L’Ascensione del Signore è il memoriale dell’ingresso di Gesù Cristo nella pienezza della gloria di Dio, portando con sé la nostra umanità e il cosmo di cui siamo responsabili.

È un evento che coinvolge Dio, ma anche ciascuno di noi che, innestati in Cristo per il Battesimo, riconosciamo con stupore che la nostra carne glorificata siede alla destra del Padre.

Sin da ora siamo immessi in quella effusione di amore che è la vita stessa della Trinità.

Il Cristo che ascende al cielo riapre la comunicazione tra l’umanità peccatrice e il Padre, dandone un nuovo spessore e profondità, segnando il tragitto degli uomini che salgono incontro a Dio che li chiama.

L’Ascensione viene a mostrarci qual è il futuro che Dio ha riservato ai suoi figli. E il futuro è quello raggiunto da Gesù.

Il racconto di Luca prende ampiamente spunto dall’ascensione di Elia, una pagina molto conosciuta in Israele e punto di riferimento anche per i neo-convertiti. Elia viene rapito in cielo sopra un carro di fuoco, sparisce fra le nubi e il suo discepolo, Eliseo, ha la certezza di ricevere almeno una parte dello spirito profetico, avendolo visto sparire.

Luca descrive l’evento dell’ascensione usando lo stesso paradigma: le nubi, simbolo dell’incontro con Dio, i due uomini che richiamano i due angeli testimoni della resurrezione, il bianco delle vesti, la chiarità del mondo divino…

Il cuore del racconto non è la descrizione di un prodigio, ma la figurazione di una consegna: come Eliseo riceve lo spirito della profezia da parte di Elia, così gli apostoli ricevono il mandato dell’annuncio da parte del Risorto.

L’ascensione è raccontata da Luca come un’annunciazione che segna l’inizio del tempo della Chiesa, di una nuova presenza del Signore in mezzo a noi. Sono gli angeli, infatti, a offrire la chiave interpretativa dell’evento: non guardate il cielo, guardate in terra, ossia guardate la concretezza dell’annuncio.

Così, la fretta che animò la Vergine Maria a portare la salvezza alla cugina Elisabetta è la stessa dei discepoli del risorto ad annunciare il vangelo, finché il Signore venga.

La Chiesa diventa il luogo dell’incontro privilegiato col risorto, e assolve il suo compito solo quando rende presente l’annuncio della salvezza.

Matteo ci dice come. Diversamente da Luca, Matteo situa l’addio in Galilea, su di un monte.

Il monte rappresenta il luogo dell’’esperienza divina: solo chi l’ha incontrato – ha fatto esperienza del mistero – può raccontarlo con credibilità.

La Galilea è il luogo della frontiera, del meticciato, del confine. È la terra che per prima è caduta sotto l’invasore, gli assiri, e che è sopravvissuta fra vicissitudini e compromessi, ben lontani dal rigore richiesto dai puri di Gerusalemme!

La Galilea, però, è anche il luogo dove tutto è iniziato, il luogo dell’incontro, dell’innamoramento: solo attingendo alle esperienze che ci hanno convertito possiamo annunciare con verità il Signore.

Ecco cosa significa non guardare il cielo: partire dalla nostra povertà, sapendo che qui siamo chiamati a realizzare il Regno, a rendere presente la speranza.

Qui, in questa Chiesa esile, in un mondo fragile… ma che Dio ama.

Allora non stupisce il dubbio dei discepoli, che spesso è anche il nostro.

Non è una Chiesa potente quella che annuncia con verità, ma quella comunità autentica e in continua conversione, che riconosce le proprie fragilità e le sa amate.

Il dubbio è un atteggiamento fondamentale per il credente, essenziale per la crescita.

E Gesù ci rassicura: non siamo soli, egli è con noi ininterrottamente.

È proprio questa sua presenza continua che rende possibile al discepolo di imparare da lui, comprendere la strada e la direzione da prendere, come aveva desiderato Ignazio.

Il vangelo di Matteo ha un finale aperto; questo vuol dire che la storia non finisce lì, ma continua oltre il testo.

Infatti, continua nella vita di Matteo, nella vita della sua comunità e nella vita di tutti noi che ascoltiamo oggi questa promessa.

L’ultima parola del vangelo secondo Matteo è “fine del mondo” e la prima parola è genesi, “Libro della genesi”. Sembra che Matteo voglia proprio fare una grande inquadratura dall’inizio alla fine del mondo: c’è tutto.

È iniziato il tempo della Chiesa, fatta di uomini fragili che hanno fatto esperienza di Dio e lo raccontano nella Galilea delle genti, senza chiudersi nella loro particolarità limitata, ma aprendosi all’immenso e al tutto.

 

Cerchiamo anche noi le impronte dei piedi di Cristo risorto impresse nella nostra esperienza di Dio e scrutiamole interiormente, troveremo la direzione verso cui camminare con fede e gioiosa speranza.