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OMELIA DELLA DOMENICA DELLE PALME

 

Le ultime parole di Gesù sulla croce sono un dialogo tra lui e il Padre.

Matteo riporta sulla bocca di Gesù il versetto che apre il Salmo 22, che non è una parola di disperazione, ma è l’inizio di una preghiera biblica in cui l’orante esprime tutta la propria confidenza nel Signore.

È un grido di dolore, ma insieme anche di fiducia e di speranza che non sarà abbandonato, perché Dio è fedele anche nella morte.

Nel finale del salmo, infatti, si dice: «Io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza».

“Il Signore non mi abbandona” è il senso autentico di questa preghiera.

L’ultimo momento, proprio quello connesso alla morte, è caratterizzato da un grande grido, una voce potente mentre, ai piedi della croce, la folla non capisce.

Il fraintendimento con il riferimento a Elia fa sorgere una ipotesi molto interessante, ossia che il grido finale di Gesù abbia una forma ben precisa: «Elì atà = Dio mio, sei tu».

La sintesi di quell’ultima preghiera è una relazione personale fortissima al “tu” divino. È la dimenticanza totale di sé, è la professione di fede: “tu sei il mio Dio, tu sei il mio tutto”.

Nel «kairós» per eccellenza, nella occasione tragica della morte, al culmine di quella agonia così dolorosa, la parola di Gesù è una parola di relazione, di affetto, di fiducia totale: io confermo che tu sei il mio Dio; nonostante tutto niente ci può separare. Se anche discendessi negli inferi là tu sei, perché dove c’è un figlio di Adamo lì c’è Dio.

La grande voce che Gesù dà prima di emettere lo spirito è la sua ultima, definitiva, professione di fede.

Alla morte di Gesù, il velo che si spezza in due, il terremoto che scuote la terra, le rocce che si spaccano, i sepolcri che si aprono: sono tutti segni di cambiamento.

È l’intervento escatologico e definitivo di Dio: egli realizza il suo progetto; è il giorno annunciato dai profeti, atteso da secoli, il Dies irae.

Quello è il giorno dell’ira di Dio che segna la fine del mondo corrotto, la fine di una mentalità guastata dalla durezza di cuore dell’umanità. La croce è l’inizio del nuovo mondo, caratterizzato dal cuore nuovo, dalla relazione buona, autentica, amorosa, con il Signore e tra di noi.

Allora la domenica delle palme, con il racconto di passione ci fa contemplare in questo evento la possibilità del nostro cambiamento.

La catastrofe che la croce di Cristo opera è il capovolgimento del nostro cuore.

La bella notizia è che la croce di Cristo può aprire le nostre tombe e ne esce fuori non del marcio, ma persone vive, riconciliate, trasformate.

Possa essere questa l’umanità che esce da questo momento di crisi.

La divinità di Gesù si riconosce negli effetti della sua morte, nel cambiamento e nel capovolgimento.

Ma tutto è avvenuto con estrema mitezza, con un atto di fiducia e di abbandono e la storia di Gesù finisce fra le braccia di un altro Giuseppe.

La storia umana di Gesù è racchiusa fra due uomini di nome Giuseppe, due figure delicate di persone credenti che si sono fidate di Dio e Gesù, abbandonandosi al Padre, viene accolto da persone che si fidano di Dio.