Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze)
Testa Sant'Ignazio

FESTA DI SANT’IGNAZIO – GESÙ – ROMA  31.07.2019

Delegato per le Case e le Opere Interprovinciali a Roma, p. Juan Antonio Guerrero Alves sj.

 

Oggi che l’immagine di Dio sembra sbiadire nelle nostre società, che senso può avere il proposito di vivere cercando la maggior gloria di Dio, orientati dalla relazione con Dio, che sembrano essere tutti valori del passato?  Ricordo un mio compagno, un giornalista, molto stimato nel mondo dei media, attivo in un ambiente non credente e molto critico con la Chiesa. Quando andò dal suo direttore per congedarsi da lui e dirgli che stava per entrare nella Compagnia di Gesù, il suo capo, persona non credente, scoppiò a piangere nel suo ufficio.  C’è qualcosa che io non ho visto, cose per le quali ci battiamo tutti i giorni perché per noi hanno valore, e che ora per te non hanno più importanza? E che tu puoi abbandonare in questo modo? Chi hai incontrato? Dev’ essere qualcuno che conta molto. Aveva incontrato Dio, e lo aveva incontrato per opera di Ignazio.  C’è un linguaggio, quando Dio e più che parole o teoria e muove realmente la vita, che tutti capiscono.

Come ogni anno, ci riuniamo, religiose della famiglia ignaziana, gesuiti, amici, collaboratori, per celebrare la festa di sant’Ignazio e ringraziare, uniti nell’Eucaristia, per tanti doni che abbiamo ricevuto grazie a lui. In sant’Ignazio vi è qualcosa che, quanto più approfondiamo la grazia che egli ha ricevuto e ci ha comunicato, maggiormente lo si apprezza, è sempre più attuale e ci aiuta sempre meglio. Desidero ora ricordare e condividere alcune di queste grazie.

 

  1. Dai nostri difetti possono nascere le nostre grandi virtù

Durante una parte della sua vita, Ignazio è vissuto per le vanità di questo mondo, che hanno lasciato su di lui un segno. La nostra storia lascia dei segni su di noi, così pure i nostri difetti e i nostri peccati. E’ proprio così. Ma c’è una salvezza e possiamo uscirne rafforzati, come fu il caso per Ignazio e tanti altri.  Sapeva di essere un uomo vanitoso e, come ha confessato lui stesso, sentì molto la tentazione della vanagloria, ossia dare a se stessi la gloria che è dovuta a Dio. Proprio perché ha lottato contro questa tentazione, il suo grande tesoro e il suo prezioso contributo stanno nel fatto di non aver voluto avere dei seguaci personali, o ignaziani, perché voleva che fossero compagni di Gesù.  Solo Gesù doveva essere il capo; nessuno doveva prendere il posto di Dio, né ricevere la gloria che spetta soltanto a Dio. Non lavorare per la propria gloria, ma soltanto per la gloria di Dio.  Ignazio non ci propone mai la propria vita perché la imitiamo. Non avrebbe mai detto: “siate miei imitatori”, cosa perfettamente lecita come nel caso di San Paolo o di altri santi. Avrebbe avuto timore di ritornare al passato, prendendo il posto di Dio e attribuendo a se stesso una gloria che non è la sua. Dopo aver riflettuto sul modo in cui Dio lo ha guidato, ci ha proposto gli esercizi spirituali e il cammino del discernimento, perché ci mettiamo di fronte a Dio in modo personale e unico, perché sia soltanto Dio a segnare il nostro percorso e la nostra strada. Ignazio ancora oggi continua a indicarci la via verso Dio attraverso gli esercizi spirituali e il discernimento, perché lo incontriamo in modo personale e unico, stanno nella Chiesa e rinnovandola.

Beata colpa che ci ha fatto ottenere questa grazia.

  1. Un modo di vivere, sensibile ai cambiamenti del mondo

Ignazio, che è stato cortigiano e ha cercato la gloria e gli onori, abbandona la strada che porta alla “gloria del mondo”, alla “gloria del Principe” o alla propria gloria, strumentalizzando Dio stesso, e diventerà colui che cerca la “maggior gloria di Dio e la “salvezza delle anime”, la vita piena delle persone, diventando egli stesso uno strumento flessibile e adattabile nelle mani di Dio.

D’altra parte, Ignazio ha compreso il mondo del Rinascimento, che stava nascendo, e ha capito che ormai non si viveva più in un mondo stabile, ma in un mondo in movimento e in continuo cambiamento. La maggior gloria di Dio non è sempre qualcosa di conosciuto o di predefinito, la si dovrà cercare e trovare in questo mondo che cambia e che si muove, e questo richiede flessibilità, adattabilità e discernimento.

San Paolo, nella lettera che oggi abbiamo letto, ci dice: “fate tutto per la gloria di Dio”. Le quattro lettere A M D G, Ad Maiorem Dei Gloria, diventeranno il motto del nuovo Ordine fondato da Ignazio e dai suoi compagni. E’ un motto che è strettamente connesso con l’essenza degli Esercizi e del discernimento, ossia che ci disponiamo in modo da “desiderare e scegliere soltanto ciò che più ci conduce al fine per il quale siamo creati”. Ciò che più ci conduce, il maggiore servizio, il bene più universale o la maggior gloria di Dio, in un mondo che sta cambiando, sono qualcosa che occorre discernere in ogni situazione e in ogni contesto, lasciandosi guidare più “degli altrui desideri che di quelli personali” (vedi lettera a Teresa Rejadell 18.06.1536).

A differenza di altre concezioni moderne, per Ignazio Dio e l’uomo non sono in competizione. Dio non riceve la sua gloria a spese della miseria umana, e l’uomo non scopre il proprio valore negando Dio. Potremmo dire che là dove la vita veramente umana risplende, quando le persone sono e vivono secondo il fine per il quale sono state create, quando le persone trovano la vita da figli di Dio, quando diventa realtà la volontà salvifica di Dio, e dove fiorisce pienamente la vita umana, qui appare la gloria di Dio. Nella visione ignaziana, gloria di Dio e vita umana piena sono congiunte.

 

  1. Un atteggiamento interiore al servizio di ciò che è veramente importante.

L’atteggiamento assunto da Ignazio, e dal discepolo che cerca la maggior gloria di Dio, non è facile. Consiste nel condividere, come un compagno, la vita di Gesù povero e umile, la vita di colui che rivela la gloria di Dio nella propria morte e risurrezione. Come ci ricorda la parola proclamata, il discepolo deve mettere in secondo piano i propri interessi, compresi gli affetti più legittimi: “il padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita”. Non vi è nulla che possa essere preferito a Gesù. In altre parole, per cercare la maggior gloria di Dio, per desiderare e scegliere ciò che più conduce al fine per il quale siamo creati, dobbiamo farlo sulla base di un’esperienza profonda della nostra propria umanità, ossia accettando che “io non sono Dio” e che “le altre cose, comprese cose e persone che ci sono molto care, neanch’esse sono Dio”. “Soltanto Dio è Dio”, l’unico Signore. Di fronte a lui tutto il resto impallidisce, ma anche trova il suo autentico valore di creatura.

Il Vangelo ci insegna che, prima di entrare in questa vita di discepoli, o di compagni di Gesù, dobbiamo “calcolare”, come quello che costruisce una torre guarda se ha abbastanza per portarla a termine, o come uno che va in guerra “calcola” se con i suoi diecimila uomini può vincere un altro che ne ha ventimila. Tuttavia, il vangelo, alla fine, fa una svolta imprevista: per essere discepoli di Gesù non si tratta di calcolare le nostre ricchezze, ma di abbandonare tutto, per lasciare che Dio operi con la sua grazia: “Così, chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. Si tratta di una svolta: invece di cercare più soldi per la torre, o più uomini per la guerra, quando si tratta di essere discepoli o di cercare la maggior gloria di Dio o di scegliere ciò che più vi conduce, bisogna rinunciare a tutto. Non è con i nostri mezzi che possiamo vivere e portare avanti la nostra vita di compagni di Gesù. Ciò che non è stato fondato con mezzi umani, non può essere conservato o accresciuto con questi, ma soltanto mettendo in Dio la speranza – ci dice Ignazio nelle Costituzioni della Compagnia di Gesù.

La Formula dell’Istituto propone qualcosa di simile a quelli che vogliono unirsi a questa Compagnia: “Coloro che si uniranno a noi, meditino a lungo e profondamente, prima di sobbarcarsi  questo peso, se posseggono tanto capitale di beni celesti, da potere, secondo il consiglio del Signore, condurre a termine questa torre. E cioè, se lo Spirito Santo che li muove prometta loro grazia sufficiente perché possano sperare, con il suo aiuto, di sostenere il peso di questa vocazione”. In conclusione, il capitale per costruire la torre della vera vita si acquista rinunciando a tutto e accogliendo la grazia che ci viene data. Vivendo della grazia. Come dice la preghiera più conosciuta di Ignazio, offrendo tutto al Signore (libertà, memoria, intelligenza, volontà, avere e possedere), rinunciando a tutto e chiedendo il suo amore e la sua grazia, perché si è scoperto che qui sta l’autentico tesoro della vita. E questo ci basta.