Selezionare una pagina
Tel: 06 69 70 01 (centralino) - 06 69 91 653 (emergenze)

V DOMENICA DI QUARESIMA

 

Siamo all’ultima domenica di Quaresima; siamo alla fine di un cammino e possiamo tirare un bilancio e chiederci come abbiamo usato questo tempo che è stato di prova ma anche accompagnato dalla grazia.

Entrati nel deserto di Giuda, dietro Gesù, ci siamo confrontati con le tentazioni che ci insidiano il cuore.

Poi siamo saliti sul monte per contemplare la bellezza di Dio, a cui tutti tendiamo.

Al pozzo con la Samaritana abbiamo preso coscienza della sete di vita vera che abbiamo dentro e quindi con il cieco nato abbiamo accettato di essere ricreati e redenti, crescendo nella esperienza luminosa del Signore.

Questa domenica siamo posti di fronte al settimo segno che Gesù compie nel vangelo di Giovanni.

Non possiamo che essere sconcertati: questo percorso di salvezza approda a una tomba, dinnanzi a un morto.

Eppure, con questa domenica ci viene donata la libertà di fronte al nostro limite ultimo: guardare negli occhi la morte e scrutarne il mistero, è necessario per vivere.

Gesù non è venuto per evitarci la morte – qui sta lo scandalo -; ci salva, invece nella morte, perché noi siamo mortali.

Il Signore vuole insegnarci a guardare la morte con gli occhi di Dio e a guardare oltre la morte come possibilità data dall’amore.

Giovanni ci pone al vertice dei gesti miracolosi che significano l’intervento di Dio a favore dell’uomo; è quello che avviene oggi nei sacramenti.

Tutto questo episodio ruota attorno all’amicizia. Nella liturgia orientale molto frequentemente Dio viene appellato come “amico degli uomini”.

Nel messaggio che le sorelle inviano a Gesù, non si fa il nome del malato, ma prima ricordano ciò che fa il Signore: «Colui che tu ami», poi in secondo ordine lo stato dell’amato: «È malato».

Come dire: prima ci sei tu che gli vuoi bene da amico, poi c’è la sua situazione attuale di debolezza.

È la condizione dell’uomo che non può, che non riesce, che non ce la fa.

Questa espressione possiamo estrarla dal contesto e utilizzarla in modo assoluto per parlare anche di noi stessi:

Signore, guarda la mia situazione di debolezza, di stanchezza, di dispiaceri, di fatiche, di malattie fisiche e morali. Quello che conta di più è però il fatto che tu mi sei amico e conosci questa mia situazione e ti fai incontro a me in essa”.

Le due sorelle si rapportano a Gesù sulla forza dell’amore e dell’amicizia; non gli dicono che cosa deve fare: il Signore sa quello che è il bene.

È un importantissimo stile di orazione, che indica una finezza di relazione, una grande dolcezza e una maturità di stile.

Di fronte al dolore e all’affidamento di queste due donne, Gesù fa un’affermazione strana: la malattia dell’uomo non è per la morte ma per la gloria.

Che cos’è in concreto la gloria di Dio?

La “gloria” è propriamente una presenza significativa, forte e costante da parte di Dio.

Potremmo intendere così le parole di Gesù: questa malattia non è finalizzata alla morte, ma a dimostrare la potenza e la presenza costante e attenta di Dio.

La gloria è una dimostrazione di potenza, perché attraverso quella morte il Figlio di Dio venga glorificato, cioè possa mostrare il proprio peso, possa mostrare la natura divina e la sua capacità di dare la vita.

Ecco qual è il fine: la gloria di Dio non è solo l’uomo vivente, ma credente, che si fida, che fa esperienza dell’amicizia del Signore.

Sia Marta che Maria, con due atteggiamenti e stili diversi, compiono verso il Signore un atto di fede, ponendosi in un cammino di crescita.

È la relazione e il dialogo con il Signore che fa maturare la nostra fede.

Ed è in questo dialogo di amore che il Signore si rivela non tanto come “Colui che fa risorgere”, ma come «Colui che è la risurrezione».

La risurrezione non è un’idea, è una persona; Gesù è la risurrezione, proprio per il fatto che egli è la vita.

Non semplicemente fa vivere, ma è la vita.

La risurrezione quindi dipende strettamente dall’essere con Gesù; chi condivide l’essere di Gesù partecipa della sua vita e della sua risurrezione.

Credere qui significa essere unito profondamente a Gesù, cioè diventare una persona sola con lui.

Gesù afferma quindi uno stretto legame fra vita e fede: chi crede in lui partecipa della sua vita e quindi della sua risurrezione.

Giovanni ci fa contemplare in questo vangelo il pianto di Gesù.

Gesù piange sulla durezza del nostro cuore, sul nostro non capire, sul nostro non fidarci totalmente; ma piange anche perché dare la vita all’amico gli costa la vita.

Gesù non piange perché Lazzaro/l’uomo è morto, ma piange d’amore: è il pianto del sacrificio di Gesù.

Questo è il segno vertice di tutto il ministero del Signore e significa proprio “dare la vita” perché l’uomo viva nell’amore.

Non risorgeremo perché è nostro diritto – infatti non ce lo abbiamo –; risorgeremo perché siamo profondamente amati fino al punto che Dio in Cristo ha consegnato la sua vita per noi!

 

Fermiamoci a contemplare quanto il Signore ci vuole bene e piange d’amore per noi: se esistiamo perché amati, perché posti in relazione con lui, dobbiamo amare per fare esistere gli altri e liberarli dalla morte, per aiutarli a superare il sepolcro in cui sono stati rinchiusi ed entrare nella comunione che si fa amore.