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VI PASQUA C

 

Lungo tutto il capitolo 14 si svolge nel cuore della Cena pasquale il “primo discorso di addio”. È il momento della separazione. Dopo anni d’intimità, i discepoli vedono perire colui su cui hanno investito un progetto di vita, affidandogli le loro esistenze. La sequela si vuota di senso, per loro come spesso per noi. Da qui l’attualità dei discorsi d’addio (cc 14-17) in cui per l’ultima volta Gesù si prende cura dei suoi amati, e del loro smarrimento. Non è facile dirsi addio e forse proprio per questo, nel Vangelo di Giovanni, Gesù fa un lungo discorso, per tutta la notte per preparare i suoi discepoli a questo momento di distacco.

Tutto è nell’ambito dell’amore. La condizione per osservare la parola è amare e l’amore diviene la presenza permanente del Signore lungo i secoli. Il lungo itinerario del dimorare giunge a compimento. La promessa del Signore dell’Alleanza, “stabilirò la mia dimora in mezzo a voi” (Es 25,8), la domanda dei primi apostoli al Giordano: «Rabbì, dove dimori?» (1,38) trova gradualmente compimento nei gesti di Gesù. Lo ha detto dopo la moltiplicazione dei pani “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui” (6,56), lo ha detto per la Sua parola «Se dimorate nella mia parola, siete davvero miei discepoli” (8,31), o della sua casa delle molte dimore, simbolo di Comunione per gli ultimi tempi (14,2) Giovanni ci ha condotto infine alla “dimora” trinitaria in noi, nel tempo presente, aprendoci, in questa escatologia anticipata, alla prospettiva della nostra interiorità inabitata da Dio nel suo profondo.

È la rivoluzione di ogni pratica religiosa dell’umano. La spazialità Alto/basso viene capovolta (cf. II lettura).

Gesù chiede ai suoi discepoli di non perdere la memoria di questa relazione, ma di lasciarsi aiutare a ricordare: un altro sarà chiamato per difendere i discepoli nella lotta della vita, durante la quale il ricordo di quella relazione rischierà di essere oscurato. Il Paraclito è l’avvocato chiamato a difendere nel processo, colui che si mette in mezzo e prende le parti di un altro nella lotta contro l’Avversario. Due sono le funzioni dello Spirito.

1) insegnare. Gesù ha detto tutto, non ha tralasciato nulla. Eppure c’è bisogno che lo Spirito continui ad insegnare. Gesù non ha esplicitato tutte le conseguenze e le applicazioni concrete del suo messaggio. La I lettura ce lo mostra è il momento in cui la chiesa capisce e apre generosamente la sua porta a chi non è della stirpe ebraica. E questo è solo il primo di una lunga serie che i secoli successivi mostreranno. Gesù assicura che i suoi discepoli troveranno sempre una risposta alle loro domande, una risposta conforme al suo insegnamento, se sapranno ascoltare la sua parola e mantenersi in sintonia con gli impulsi dello Spirito presente in loro.

2) ricordare. Ci sono molte parole di Gesù che, pur trovandosi nei Vangeli, corrono il rischio di essere sottaciute o dimenticate. Capita, soprattutto, con quelle proposte evangeliche che non sono facili da assimilare perché sono in contrasto con il “buon senso” del mondo.

Ecco allora lo Spirito intervenire per ricordare, per richiamare alla mente dei discepoli ciò che Gesù ha detto. Lavora sulla nostra memoria che illumina tutto il nostro passato, fa vedere la vita in un’altra maniera. Il lavoro del maligno è un lavoro sulla memoria dando letture distorte. La nostra memoria è la nostra personalità.

Nel vangelo della scorsa domenica Gesù ha lasciato in eredità ai discepoli il comandamento dell’amore, ora lascia anche la sua pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi” (v.27). Gesù pronuncia queste parole quando l’impero romano è in pace, non ci sono guerre, tutti i popoli sono sottomessi a Roma. Eppure non è questa la pace che egli promette. La pace promessa da Gesù si attua quando fra gli uomini si instaurano rapporti nuovi, quando la volontà di competere, di dominare, di essere i primi cede il posto al servizio, all’amore disinteressato per gli ultimi. Le comunità cristiane sono chiamate ad essere il luogo dove tutti possono verificare l’inizio di questa pace.

L’affermazione circa l’inferiorità di Gesù rispetto al Padre si spiega con il linguaggio impiegato dai rabbini. Essi parlavano di superiorità e inferiorità per distinguere l’inviato da chi lo invia. Finché è nel mondo e non ha portato a termine la sua missione, finché non torna al Padre, Gesù è “l’inferiore”, cioè, l’inviato dal Padre.

Gesù unisce due temi contrastanti: la sua morte e l’allegria. Pur sapendo di dover passare attraverso la morte, questa per Gesù non è una tragedia ma la possibilità di dimostrare tutta la sua capacità d’amore/gloria di Dio.

Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore”: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Fidiamoci di Lui. La fiducia è un’altra parola per dire amore: se qualcuno si fida di me, metterà in pratica la mia parola e sarà abitato da Dio.