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XXIX Domenica – Anno A

XXIX Domenica – Anno A

XXIX Domenica – Anno A 150 150 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

Vi invito a rimanere in silenzio assaporando le parole della colletta della Messa di oggi, scritta proprio per queste letture dell’anno A:

«O Padre, sul palmo della tua mano sta scritto il nome di ogni tuo figlio.»

Ti invito a continuare questa contemplazione, questa meditazione, questo sguardo amorevole del tuo nome scritto nel palmo della mano di Dio.

Gesù non ha soggezione di alcuno. Gesù non guarda alle apparenze, perché lui guarda in continuazione, nel suo più intimo, il nome scritto sul palmo della mano del Padre. Ecco dove risiede l’autorità di Gesù. L’autorità di Gesù scaturisce continuamente da questa contemplazione. Ecco perché è “soggetto” e “signore”. Sta, e non ha soggezione di alcuno, cioè non è soggetto a nessuno. Non è soggetto ai potenti, a coloro che fanno vedere il potere, che fanno vedere che hanno autorità.

«O Padre, sul palmo della tua mano sta scritto il nome di ogni tuo figlio.»

E rimanendo in questa contemplazione del palmo della mia mano, possiamo vedere anche la scena evangelica di oggi. Sul palmo di questa mano c’è qualcosa che viene a coprire: una moneta, che copre il nostro nome scritto sul palmo della mano di Dio. È la moneta di Cesare. È l’immagine dei potenti che ci condizionano. Sono le situazioni della nostra vita, e sono parecchie, in cui ci troviamo anche noi, come nella scena evangelica, tirati da destra o da sinistra. Ma oltre al significato politico, sono le autorità che esercitano potere sulla nostra vita. E più volte succede che ci troviamo incastrati, tentati a favorire l’uno o l’altro. Può essere il potere religioso, se ne abbiamo favori, o quello civile, se ne abbiamo di più di favori. Può essere il potere di un collega, o di un superiore, o di qualcuno che ha più potere rispetto a un altro. E quante volte ci troviamo, basta richiamare alla memoria le nostre conversazioni quotidiane. Ci sentiamo tirati a prendere posizione su alcune questioni. Facciamo fatica a rispondere, perché dimentichiamo questo:

«O Padre, sul palmo della tua mano sta scritto il nome di ogni tuo figlio.»

Dimentichiamo appunto questo, e diventiamo servili degli altri. Diventiamo ben piacenti.

È interessante il termine greco che si usa nel Vangelo di Matteo a proposito dei sentimenti di Gesù Gli erodiani e i farisei dicono che Gesù è uno (scusate il termine, forse un po’ improprio, ma tradotto così dà più forza) che se ne frega di tutti. Perché?

«O Padre, sul palmo della tua mano sta scritto il nome di ogni tuo figlio.»

Gesù sta. E lì riesce dunque a rispondere. Gesù è consapevole anche di quanto dice la colletta di oggi che così prosegue: «Fa’, o Padre, che nel misterioso intrecciarsi delle libere volontà degli uomini…». Quindi la colletta è ben consapevole che noi non viviamo, astratti dalla vita. Noi non viviamo rinchiusi in una sagrestia, religiosa o ideologica, nel mio piccolo gruppo, perché anche lì i poteri ti tirano a destra o a sinistra. La colletta ci ricorda che noi viviamo concretamente intrecciati, cioè collegati gli uni agli altri: non possiamo prescindere dalle vicende della vita, non possiamo prescindere dai giochi di potere, non possiamo semplicemente lavarci le mani dicendo: «non mi importa tutto questo».

Gesù ci manifesta, con il suo parlare con gli erodiani e i farisei che vogliono incastrarlo, che non è un ebete, uno così, un imbecille. L’imbecille è colui che è senza bastone “in – baculum”. Ecco perché cade, l’imbecille. L’imbecille è colui che non sa stare in piedi, non ha un sostegno. E qual è il sostegno? Il sostegno non è perché io ho il biglietto da visita dell’avvocato. Non è perché ho il numero di telefono di un cardinale che sta in Vaticano. Il mio bastone non è affatto perché io ho qualcuno che posso chiamare:

«Sul palmo della tua mano sta scritto il nome di ogni tuo figlio.»

Gesù risponde, perché non si tira indietro. Non si astiene: resta nel gioco delle vicende, perché sa che Dio opera nel misterioso intrecciarsi.

Questa convinzione era ben presente nella vita di Dietrich Bonhoeffer: il martire luterano ucciso appunto in prigione dai nazisti. Lui era cosciente che Dio opera dovunque e comunque nella storia. Così suonano le parole di San Paolo (Rom 15,1-2): «Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite; non c’è autorità se non da Dio». Sono parole che Bonhoeffer continuamente ripeteva per convincersi sempre di più che Dio opera anche attraverso quelle autorità negatrici di Dio.

La prima lettura (Is 45) dice di Ciro che è l’«eletto del Signore». La traduzione dice «del suo eletto»; il testo ebraico riporta Mashiach. Ovvero: dice il Signore del suo Messia, cioè di Ciro. Ciro è definito “Messia” benché non conosca il Signore. E il testo lo ripete due volte: lui che non mi conosce, io ho posto il mio nome in lui che non mi conosce. Non mi conosce. Ma Dio opera tutto in tutti, perché non c’è nulla, nulla, nulla fuori di Dio.

«Eh, ma lui è potente». «Ah, ma lui è l’avvocato». «Ah, ma lui è il cardinale». Dio si serve Dio di tutti. Anche del tuo collega, della tua collega, della tua consorella, che tu ormai hai già mandato all’inferno. Continuamente. Perfino il tuo nemico diventa strumento di Dio.

Sempre il testo della lettera ai Romani (cap. 15) ci dà un criterio per vivere la consapevolezza di quale sia la retta autorità. Tutte le autorità vengono da Dio. Ma c’è un criterio per discernere qual è l’autorità che viene da Dio: a servizio del bene di tutti.

Allora, ecco perché Gesù ha dato quella risposta. La risposta non è optare per un’autorità.  «Stare sotto il tempio», quindi dalla parte dei farisei, «o stare sotto Roma, pagando il tributo». La sua risposta: sta dalla parte del poter che è al servizio del bene di tutti.

Questo è il criterio per verificare la verità del potere e dei potenti. Onorare e rispettare l’immagine di Adamo sul palmo della mano. Il mio nome è scritto sul palmo della mano di Dio, il nome di mio fratello, di mia sorella è sul palmo della mano di Dio. Nulla, nemmeno il potere di Cesare, può coprire, nascondere, dimenticare l’immagine di mio fratello e di mia sorella.

Chiediamo allora al Signore di renderci innanzitutto “soggetti” senza soggezione a nessuno, senza essere timorosi di chi è al potere, ma di saper rispondere ogni qualvolta siamo chiamati a riconoscere il bene di tutti, per rispetto appunto della gloria di Dio.