“Egli si aspettava giustizia, ed ecco spargimento di sangue;
attendeva rettitudine, ed ecco grida di oppressi.” (Isaia 5,7)
Ogni volta che la Scrittura viene proclamata, come in quel giorno a Cafarnao, nella sinagoga, essa si compie. Grida di oppressi, spargimento di sangue, giustizia. Chi di noi, ascoltando queste parole che oggi, nel 2026, si sono compiute, non va subito con la mente, con il cuore, con il ricordo a questi giorni, a questi anni, ormai tre, che hanno coinvolto la casa di Israele, la terra di Israele, la Striscia di Gaza? È bene riportare tutto questo alla mente e al cuore quando la Scrittura viene proclamata.
Credo che le letture di oggi ruotino attorno a una parola, centrale sia nella vita privata sia in quella pubblica, sia nella vita religiosa e istituzionale sia in quella civile: la parola diritto.
Il mese scorso, a settembre, la Chiesa cattolica ha celebrato, con una nota proveniente da organismi vaticani, la memoria del documento conciliare Nostra aetate, un documento che ha riaffermato il cammino di dialogo della Chiesa cattolica con la radice santa di Israele e con le altre religioni. Non lontano da qui, dalla sinagoga di Roma, Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha inviato una sua risposta, dicendo che questa nota non è sufficiente per ristabilire il dialogo tra ebrei e cristiani. Ciò che vi manca è un accenno alla questione della terra di Israele. Finché la Chiesa cattolica non riconoscerà il diritto degli ebrei alla propria terra, il dialogo non procede.
È interessante che il giornalista Gad Lerner, anch’egli ebreo, abbia risposto ricordando in parte ciò che il profeta Isaia ci descrive: non senti le grida degli oppressi? Non vedi lo spargimento di sangue? Eppure, quando si tocca la parola “diritto”, quando si tocca il mio diritto, il sacrosanto diritto a una terra, scatta la difesa.
Ma stiamo attenti: anche noi, romano-cattolici, anche noi cristiani, sappiamo che le porte degli inferi non prevarranno sulla Chiesa, e potremmo scivolare nello stesso errore dicendo: è nostro diritto avere la verità. Loro la terra, noi l’unica verità. Noi cattolici abbiamo il diritto sulla verità, così come gli ebrei hanno il diritto sulla terra. E in mezzo, una lunga serie di lotte, di spargimenti di sangue, di grida di oppressi. Il mio diritto.
Ecco perché è preziosa la testimonianza di san Francesco, che ci ricorda che cos’è la fraternità. Papa Francesco ha voluto incastonarla in quel testo, Fratelli tutti. La fraternità è il diritto che non si separa dalla giustizia. Il diritto guarda il volto dell’altro, la tradizione dell’altro. E qui lasciamo stare il romanticismo della parola “altro”, così come la difesa ad oltranza dei nostri diritti: la mia terra, la mia nazione, la mia verità, la mia identità. Tutto vero, tutto vero. Ma non ci rendiamo conto che siamo radicalmente collegati gli uni con gli altri.
Il diritto di ignorare gli altri significa separarmi dall’albero, dagli altri rami, come se fosse tutto il mio albero, il mio ramo che è essenziale. La stupidità sta proprio qui. Ciò che viene proclamato come punizione divina non è altro che il normale esito di coloro che, per rivendicare il proprio diritto, tagliano le radici, cioè la connessione gli uni con gli altri. Non è semplicemente una questione etica: è una questione fondamentalmente, usiamo la parola, ontologica. E se le Chiese e le religioni non l’hanno capito dai loro libri sacri, lo sta dicendo la scienza, guardando il microcosmo, la realtà quantistica, e il macrocosmo, le meraviglie dell’universo. Tutto è connesso, un elemento con l’altro. Sono i due grandi libri della rivelazione divina: la Scrittura e la natura.
Leggendo queste Scritture mi è venuto in mente il testo di Lessing, Nathan il saggio, con la parabola dell’anello. Un padre aveva tre figli. Stava per morire e possedeva un anello, un anello prodigioso, come in tutte le storie: chi lo possedeva era amato da Dio e dagli altri. Sapendo di dover morire presto, il padre ne fece fare due copie da un orefice e, al momento della morte, consegnò i tre anelli ai tre figli, uno a ciascuno. Cominciò allora la lotta: chi dei tre aveva ricevuto l’anello vero, quello che attrae l’amore di Dio e degli altri? Ognuno diceva: il vero anello ce l’ho io. E la lotta non finiva. Venne allora l’orefice, dicendo: lo si vede dall’amore con cui riuscite a dimostrarlo, chi possiede il vero anello. Chi semina amore semina giustizia: questo è il vero amore.
Matteo 25: ricordate il Figlio dell’uomo che ritorna? “Ogni volta che l’avete fatto a uno di questi più piccoli, l’avete fatto a me.” E loro: “Quando, Signore? Non lo sapevamo”. Allora il diritto diventa esercizio della giustizia. Lo dice con grande forza anche Paolo nella lettera ai Filippesi: “quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, quello che è virtù, quello che merita lode”. È tutto lì, ed è bello che Paolo lo prenda dalla sapienza greca.
Pensiamo all’immagine di due bambini che lottano per un giocattolo: ciascuno dice “è mio, è mio”, e tirano uno da una parte e uno dall’altra. Alla fine, che cosa succede? Il giocattolo si rompe. Non rompiamo il pianeta, non rompiamo la terra di Israele, non rompiamo l’amicizia in Medio Oriente, non rompiamo il dialogo che il Concilio Vaticano II ha avviato. Non rompiamo neppure le nostre comunità, dicendo: io devo sopravvivere, non tu. Qui abbiamo anche delle religiose venute per la messa: la lotta per il carisma, “io ho la vera interpretazione del carisma, tu sei eretico”. Così rompiamo il giocattolo.
Ma la vigna del Signore è eterna e continuamente ritorna in ciascuno di coloro che, come ci diceva la colletta di oggi, presentano a Dio il proprio desiderio di ciò che è vero, nobile, giusto, amabile, sapendo che Dio esaudirà ben oltre quanto chiediamo, se continuiamo a tenere il dono di Dio come dono e non come pretesa.