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XXVIII Domenica – Anno A

XXVIII Domenica – Anno A

XXVIII Domenica – Anno A 150 150 Chiesa del Santissimo Nome di Gesù all’Argentina

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Alcuni di noi avranno forse fatto l’esperienza dei preparativi per un matrimonio. Chi ha fatto questa esperienza sa bene che non si può improvvisare. Quasi un anno prima, a volte due, bisogna cercare innanzitutto il luogo dove portare gli invitati. Poi viene l’idea di cercare una chiesa che sia accogliente e secondo i propri gusti, per celebrare il matrimonio. E poi, come sa bene chi ha vissuto questa preparazione, ci sono tutti gli altri dettagli, che sono innumerevoli.

Lo stesso vale per qualsiasi grande evento: una prima messa, un anniversario importante della propria congregazione religiosa, della famiglia, del lavoro. Quando celebriamo qualcosa di grande, un “evento”, come si dice adesso, sono necessari lunghi e continui preparativi, non soltanto in generale ma fin nei più piccoli dettagli. E chi di voi lo ha fatto sa che ci sono inevitabilmente imprevisti e modifiche: bisogna risistemare, per esempio, la disposizione dei posti a tavola, fino all’ultimo dettaglio.

«Tutto è pronto», ci dice il Vangelo di oggi. Riascoltiamo sotto questa parola: tutto è pronto. Quanta fatica ci vuole, perché tutto sia pronto. Sant’Ignazio, negli Esercizi, conclude la quarta settimana con la contemplatio ad amorem. Questa contemplazione è come quando si contempla un tappeto dal lato dell’esposizione, per così dire, non dal di sotto, dove ci sono tutti i nodi, tutti gli agganci. Ignazio dice che nella quarta settimana tu vedi il tappeto nel suo diritto, ma sotto il tappeto si rivela la fatica di una lunga preparazione.

Ce lo ricordava la colletta di oggi, la preghiera con cui abbiamo iniziato questa liturgia: «Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia». Se oggi sei qui, è l’esito di una lunga, meticolosa, attenta, amorevole preparazione della grazia. Chi ti ha portato oggi, qui e ora, a sederti su quella panca? È stata la grazia. Tutto è pronto. Tutto è stato preparato.

Se potessimo gustare e sentire profondamente, ogni volta che ci sediamo, per la meditazione, per la lectio divina o come in questo momento a Messa, nello spirito della quarta settimana degli Esercizi, la bellezza e la connessione di tutti i fili intrecciati che fanno il tappeto della mia vita: «Il Signore è il mio pastore, nulla mi manca». Vedere l’opera di Dio. «Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo», dice Giacobbe nel capitolo 28 della Genesi. Oppure Paolo, nel suo discorso all’Areopago di Atene: «In lui viviamo, ci muoviamo e siamo».

Si sente questa meraviglia dell’apostolo Paolo nella seconda lettura che abbiamo ascoltato: «So vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza». È la visione del tappeto dal lato del diritto: la tessitura della mano di Dio, che collega e connette tutto, perché tutto concorre al bene. Ed è questo il velo che viene strappato. Quando il velo viene tolto avviene la rivelazione: il tappeto comincia a vedersi nella sua interezza, nei suoi innumerevoli intrecci di grazia.

Il testo della parabola ci parla anche di persone che non vengono dette cattive, ma occupate. Chi ha il proprio campo, chi ha i propri affari, chi pensa a fare carriera: sono quei servi che vogliono prendere il posto del figlio. È un po’ il nostro atteggiamento quando ci stacchiamo dalla consapevolezza della profonda connessione con la grazia di Dio, che ci precede e ci accompagna, che ci prepara fino alla fine di tutte le cose, cioè di diventare figli e figlie di Dio. Quando ci sganciamo da questo sguardo contemplativo, perché siamo occupati in ciò che devo fare nei campi, nelle cose che devo accumulare, divento distratto.

«Marta, Marta, ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola c’è bisogno»: sentiamo l’eco delle parole di Gesù a Marta. Ed è bello che il verbo greco “perispao” indica questo affannarsi riporti, nella sua etimologia, l’immagine di qualcuno che vive sempre in movimento circolare: di qua e di là, su e giù, in una stanza e nell’altra, apre un cassetto, guarda, consulta il cellulare, esce, compra, ritorna; gira e rigira, girando attorno e dimenticando il centro. Così facendo Marta dimentica di essere soggetto e diventa soggetta a tante cose. Quando succede questo non siamo più signori della nostra vita, ma ne diventiamo succubi. Allora emerge il «devo sopravvivere», oppure, come dicono alcuni, «tiriamo a campare».

Il re della parabola chiama tutti. La parabola lo sottolinea specialmente nella parte dell’invito: chiama tutti, «cattivi e buoni». In questa settimana abbiamo ricordato, e la Santa Sede lo ha sottolineato con un simposio, i dieci anni di Amoris laetitia, l’enciclica, o meglio l’esortazione, di Papa Francesco. C’è un numero che voglio ripetere, perché dentro questo meraviglioso documento contiene la perla preziosa della colletta di oggi: «Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia». Cosa dice il numero 301 di Amoris laetitia? Papa Francesco dice che non si può affermare che chi vive in una situazione irregolare sia privo della grazia. La grazia precede e accompagna todos, todos, todos: continuamente prepara il banchetto per tutti.

E ciascuno di noi, ripensando un po’ alla propria vita, sa come la grazia sa trasformare perfino i nodi in possibilità … scioglibili, con l’abbandono alla grazia. Quanto è meraviglioso il Signore!

Il Vangelo di oggi vorrei riassumerlo con una breve riflessione di Thomas Merton. Ti invito a chiudere gli occhi ora, mentre la leggo, e a sentire e gustare profondamente, nelle sue parole, questa grazia che ti precede e ti accompagna. Così dice Thomas Merton:

«Nel nucleo più intimo del nostro essere esiste un punto, piccolo come un nulla, che il peccato e l’illusione non possono toccare. È un punto di pura verità, un punto o una scintilla che appartiene interamente a Dio. Noi non possiamo disporre di questo punto, ma Dio modella la nostra vita a partire da esso. Non può essere raggiunto dalle fantasie della nostra mente, non può essere conquistato dalla nostra volontà violenta. Questo piccolo punto di nulla e di assoluta povertà è il punto della pura gloria di Dio in noi».